sabato 28 giugno 2014

She's a monster. Beautiful monster.

In fila attendo il mio turno, arriva poco dopo, mi siedo, scende la sbarra di sicurezza e si parte.
Urla, nocche delle dita bianche contro l'acciaio nell'intento di tenersi più ancorata possibile all'unico appoggio che ho.
Solo un problema: ho sbagliato giostra.

Per anni fan accanita delle montagne russe (metaforiche, che materialmente..sono la paura fatta a persona), le guidavo io e non sentivo mai l'esigenza di scendere, anzi. Chiedevo giri su giri.
Ma stavolta mi hanno fregata: mi ci hanno spinta senza che io chiedessi alcun biglietto e mi sono ritrovata su un sali-scendi che non avevo programmato ed arrivato nel momento sbagliato.

Però ormai ci sei su, pur urlando di voler scendere chi ti può ascoltare?Tanto vale mantenere sangue freddo e mente lucida. In fondo non è poi un dramma: un percorso pieno di cadute nel vuoto dopo scalate infinitamente alte, ma duraturo poco più di dieci minuti.
Infatti prima che il tuo cuore balzi via dal petto, sei già a terra con la testa tutta men che salda al resto del corpo, con la bocca impastata da urla e vento e gli occhi spalancati ma con la vista imperfetta.

Rimani un po' così, e pensi che infondo ti aspettavi di peggio. A ben pensare, da lassù hai avuto modo di guardare il mondo da una prospettiva diversa, sicuramente più ampia. Hai potuto scrutare meglio il panorama a te famigliare, lanciando il tuo sguardo sulle cose che ben conosci ma che spesso, pur conoscendo il loro valore, hai finito per valorizzare poco rispetto a quanto credevi.
Ci rifletti e ci spendi un bel po' di pensieri.
Poi, ancora intontita, ti lasci fulminare da un lampo e ti volti spiazzata: per tutto il tempo hai trascinato qualcun altro nel tuo folle giro.
Ti rendi conto che, anche se lui era seduto al posto dietro al tuo, le urla erano uguali, il percorso pazzo identico, la sua paura aveva la stessa forma della tua. Era solo un'angolazione obbligatoriamente diversa ma non per questo più comoda.
E tu, anche se dopo, te ne sei accorta ed ora lo guardi e lui guarda te.

Ha la stessa, identica espressione che gli viene quando inizi e finisci una discussione da sola; quella silenziosa che implicitamente ti dice 'ma perché?si può sapere che combini?'.
Ed allora, di fronte a tutto ciò, non puoi che fare una cosa: scoppiare a ridere. Perché sei un disastro; perché non è da tutti afferrare quasi istintivamente la mano di qualcun altro senza che lui capisca ancora bene ciò che sta per succedere e rendersene conto solo dopo che entrambi siete stati shakerati; perché, credetemi, la sua espressione incredula e perplessa non avrà mai prezzo.
Così ti aspetti un meritato 'va a quel paese', invece ancora una volta sorride semplicemente e ti chiede 'lo vuoi lo zucchero filato?', ti prende per mano e ti porta via.

Ti impastrocchi un po' le mani, sei un po' stanca, gli occhi bramano sonno e la coscienza brama studio, ma rimetti in ordine ogni cosa e ti dici pronta a ricominciare i tuoi compiti. Si riparte, è tutto ok di nuovo.

''Si, ma la prossima volta la giostra facciamo che la scelgo io''.

Una buona giornata, a chi non è come neve...

P.s. oggi è il mio 111° post, assolutamente il mio numero perfetto, ed anche se avrei voluto fare qualcosa di diverso, poco male, recupererò in altri modi, ma non potevo non sottolinearlo e chi mi conosce..lo sa.

domenica 22 giugno 2014

Sui treni che vedi passare

Sono tornata a casa da poco meno di una settimana, preceduta da un clima caldissimo interrotto a tratti da serate di pioggia incessante ed aria fresca, quasi settembrina.

Il mare l'ho visto solo da lontano; non lo amo, ma rimpiango di non essermi ancora immersa nell'acqua gelata e persa nel suo colore limpidissimo.
Da un po' di tempo sento che il mio elemento è l'acqua. Non lo avrei mai detto.

I miei ritmi sono pressanti, li percepisco più intensi della sessione della scorsa estate: forse più esami, forse meno tempo, forse impegni più diversificati. Eppure non è che stia facendo chissà cosa. Le mie amiche non le vedo praticamente da mesi, eccetto una mattina insieme ad una di loro dopo praticamente quasi un anno che non ci uscivo; i corsi sono finiti..però sembra che i miei pomeriggi siano troppo corti per permettermi di studiare per bene.
Come se non bastasse, mi infastidisce vedere come la fortuna aiuti le persone egoiste, che pensano solo a loro stesse, e noi altre osserviamo loro venire premiate e noi sempre al secondo posto.
Nonostante tutto troviamo ancora un motivo per sorridere. ''Ragazze, ho trovato la canzone per noi!'' e mando loro il testo. Rido per la mia amica/collega che mi cita D'Alessio (che non si può sentire, ma nel contesto ci sta proprio bene la sua parafrasi). Se non altro siamo positive e divertenti.

E poi c'è la settimana precedente, in cui non sono mai stata sola, se non per quell'ora e mezza di esame sostenuto ed in cui ho avuto modo di notare come certe cose si siano fortemente radicate qui, nella mia mente e nel mio cuore.

Mi rendo conto di come e quanto certe scelte siano totalmente diverse da quelle che la me di prima avrebbe compiuto; di come certi aspetti, certi angoli si siano smussati ed altri ancora accentuati.
Quasi per magia, quasi senza rendermene conto. Così.
E mi piace. Avverto la leggerezza dei momenti insieme, anche quando la pressione di altri contesti mi grava sulle spalle, sullo stomaco e sulla mente.
E' come se riuscisse, tanto per continuare il paragone con l'acqua, appunto, a farmi respirare anche in apnea. Come se tra la pesantissima massa d'acqua quelle bolle d'aria riempissero sufficientemente i miei polmoni.

Non ci sono abituata, lo ammetto.
Per mio volere, il mio mondo è sempre stato una continua lotta. I contrasti la facevano da padroni. Così se era tutto bianco io dovevo buttarci il nero, perché la monotonia del monocolore mi uccideva e quasi mi scompensava.

Adesso non ho più bisogno di dipingere di nessun colore nulla, è tutto perfetto e lo vedo andare meglio giorno per giorno, senza esasperare nuvole di cotone o montagne di zucchero. Quello no, non sarà mai da me, lo so.

Mi andava di scrivere, pur non avendo nulla di particolarmente importante da dire. Solo che va incredibilmente tutto bene. E che navigo tra i libri insieme alle mie colleghe/amiche con cui scambio faccine disperate e lacrimanti, ma con cui infondo rido tanto.
Per ritornare a quanto poco su, chiederei alle fortunelle egoiste quando fa bene il loro sorriso falso, quando tra di loro competono per i voti e vanno avanti a 'complimenti, sei stata bravissima', mentre dentro, il loro mostriciattolo ha gli occhi iniettati di rabbia perché alla gara di turno non è andata come speravano.
Me ne compiaccio, anche se mi sento colpevole di cattiveria. Però cosa posso farci io, se gli occhi non mentono?
Giuro, son già tornata più buona: bastano quattro righe per rimettermi in pace col mondo. E poi i suoi occhi verdi.

''Noi abbiam capito tutto, è un po' come nel calcio''
E' la dura legge del gol, gli altri segneranno però
che spettacolo quando giochiamo noi,
non molliamo mai.
Loro stanno chiusi ma
cosa importa chi vincerà?
Perché in fondo lo squadrone siamo noi.
Lo squadrone siamo noi.

Una buona partita, a chi non è come neve...

martedì 3 giugno 2014

Che le tue paure siano cure

Ho un lato positivo. O meglio, non credo lo sia, ma io mi amo.

Avete presente quando si riceve una notizia non piacevole?Quelle precedute da 'non ti spaventare ma..', 'sei seduta?'. Ecco, io un paio di volte le ho sentite, e constatando che il mio cuore non impazziva, che non avevo bisogno di spaventarmi o di sedermi, mi sono chiesta ripetutamente se fossi insensibile.
Come se avessi bisogno di qualcosa di più forte a risvegliarmi.

Così, ieri sera alle 21.30, mentre due delle mie sorelle avevano già gli occhi arrossati e mamma non era troppo reattiva, per me andava tutto bene.
Inizialmente decidiamo di non andare all'ospedale, ma nell'arco di 10 minuti la situazione si fa leggermente più instabile e velocizzo la partenza preparando la macchina fuori dal garage.

Mi accorgo solo chiuso lo sportello che le chiavi sono in casa, quindi rientro ma a metà corridoio sento le mie sorelle urlare e piangere e mamma chiamare il nome di mio padre.
In un attimo penso al peggio e sento il cuore esplodere. Ho un minimo di lucidità, esco di casa intimando a mia sorella minore di smetterla di urlare e di chiamare uno dei miei cognati mentre io sento già l'operatore del 118 all'altro capo del mio cellulare.

Non so neanche io cosa gli riesco a farfugliare, senza fiato, ma lui capisce ed io mentalmente lo ringrazio. Mi da del lei, poi capisce e passa al tu; mi chiede i dati di mio padre, se e di quali patologie soffre. Mi chiede l'indirizzo di casa, io sto per rispondere stupidamente 'in provincia di', mi schiaffeggio mentalmente e gli dico precisamente dove sto.
Lui mi tranquillizza con il tipico accento dalla 'r' marcata, mi da delle direttive ed infine, chiedendomi il numero di telefono, mi dice di aspettare in strada l'ambulanza.

Rientro in casa, non so se papà ha ripreso conoscenza, sento solo che mia sorella piangendo mi dice che lo portiamo all'ospedale ed io le dico che arrivano loro. Afferro le chiavi della macchina: casa mia è un pochino fuori mano, seppur non lontana dall'ospedale, e non da neanche direttamente in strada.
Successivamente mi compiacerò di aver completato le manovre per uscire dal garage senza andarmene sui muretti o sulle altre macchine li di fianco.

Mi fermo in strada, arriva prima mio cognato che il 118, non so che succede a casa ma mi richiama l'operatore. Mi dice di controllare la glicemia se possibile e di stare tranquilla, che sarà solo un malore.
Arriva anche l'altro mio cognato con mio cugino, quest'ultimo si ferma con me e si fa quasi mettere sotto dall'ambulanza che gira sbandando leggermente.

La seguiamo, stavolta il volante non è in mano mia. Ne approfitto per chiamare Lui. Ecco, solo li scoppio a piangere per la prima volta. E' dolcissimo, mi dice anche che partirebbe pur arrivando il giorno dopo, così, solo per starmi vicino.
Ne sorrido e mi rincuora.

Entro in casa e la situazione è sotto controllo.
Respiro profondo, rimango da sola con mia sorella minore, il fidanzato e mio cugino. Tutti gli altri raggiungono l'ospedale con papà.
Chiamo le altre mie due sorelle e spiego loro tutto quanto.

Lo spavento è passato, e noi siamo una famiglia allegra: non potete immaginare quanto successo dietro le quinte, in tutto questo trambusto. Se ve lo raccontassi morireste dal ridere.

Ancora meglio, poco dopo sentiamo direttamente papà. Lo dimettono da li a poche ore.

Va tutto bene, mangia qualcosa, non ricorda nulla, glielo raccontiamo ridendo. Gli dico anche che mi deve la vita, prendendo in giro le altre due mie sorelle e mamma che son state tutto il tempo comprensibilmente immobilizzate del panico.

Si fa tardi, andiamo a dormire.
Qui mi frego.

Arriva la paura del 'e se..', ma è una cosa talmente insensata che la ricaccio via immediatamente. Poi mi si gela il sangue, perché arriva quella del 'e quando...'

Mi manca di nuovo il respiro, mi sento stupida e quasi di cristallo.
Mi da fastidio anche l'idea di vedere nero su bianco i pensieri che mi sono passati in mente veloci, perché non sopporterei una cosa del genere.

Posso essere pronta a chiamare l'ambulanza immediatamente; posso essere in grado di guidare lucidamente nonostante tutto.
Posso imparare qualcosa dalla sensazione che quella paura mi ha lasciato, qualcosa di costruttivo come sempre, che stavolta fa a pugni con la sensazione opposta: quella che mi dice che al 'e quando...' non sarò davvero mai pronta.

E mi sento di nuovo stupida. Ed ho di nuovo paura. Solo per un po'.

Una buona notte, a chi non è come neve...


Di notte, quando il cielo brilla
ma non c'è luce, né una stella
ricorderò la paura che..
 che bagnava i miei occhi..
Tiziano Ferro.

giovedì 29 maggio 2014

Come quello scorpione.

Vi era uno scorpione, il quale doveva attraversare un fiume, e non sapendo nuotare chiese aiuto alla rana lì accanto.
La rana, ovviamente, inizialmente si rifiutò: 'Fossi matta, in acqua mi pungerai e morirò'.
Lo scorpione la persuase: 'Perché dovrei farlo?Tu moriresti ed io annegherei con te'.
La rana, allora, partì con lo scorpione sul dorso, ma a metà strada sentì un forte dolore;
Lo scorpione l'aveva punta, e lei, appena prima di morire chiese al suo ospite il perché di un gesto tanto folle, che lo avrebbe ucciso a sua volta.
Lo scorpione semplicemente rispose 'Perché sono uno scorpione. E' la mia natura'.

Penso che tutti conosciate più o meno bene questa favoletta.
Io ne avevo un vaghissimo ricordo fino a non moltissimo tempo fa, quando mi è stata scritta dalla persona che sicuramente mi conosce più di tutti.
La lessi ridendo, e ne rido ancora per il contesto giocoso in cui Lui la inviò, ma ammetto che mi ha dato da pensare a lungo.
Tanto da darmi la scintilla per un post.

In particolare, ho amato quelle quattro paroline finali. E' la mia natura.

Non c'è nulla che tenga; non c'è specie, razza, ordine, mondo, niente e nessuno che cambi la nostra natura.

Mi sono resa conto, guardandomi intorno o semplicemente leggendomi in passato, che a volte il nostro istinto, la nostra indole, vengono nascosti, levigati ed ammorbiditi, soffocati o messi a tacere per il semplice scopo di compiacere qualcun altro.
O, ancora più comunemente, per non rischiare di perderlo.

Così ho quasi preso le sembianze di una povera rana, mai vittima perché non mi piace affatto definirmi tale (e poi di chi?di cosa?), ma essenzialmente non scorpione.
L'ho fatto, ho assecondato, finché non ne ho potuto più ed alla fine ho lasciato andare quel leone, quella tigre, quel qualsiasi animale voi siate, fuori dalla gabbia. L'ho lasciato esplodere in tutta la sua rabbia e potenza, guardandolo da lontano, ridendo compiaciuta di me stessa, stavolta, non di nessun altro.
Ho domato quegli artigli e quelle zanne, perché non era il mio scopo quello di ferire, attaccare o uccidere, ma non ho stretto nessun guinzaglio perché avevo bisogno che qualcosa che non poteva più essere trattenuto, uscisse quanto desiderava.

Ho imparato a riconoscere la mia natura, quella fondamentalmente buona, perché non sono mai stata il tipo in grado di spargere gratuitamente cattiveria. Ma ho scoperto vitale non rinnegare l'altra sfumatura, quella da scorpione.

Non sono mai stata negativa; per me anche la tempesta ha il suo splendore. Una caduta ti può anche far sorridere; una cicatrice ti può rendere più affascinante.
Ma penso di avere anche un piccolo angolo di me potenzialmente autodistruttivo.

Un angolino che, ripeto, paradossalmente non opera per distruggere nessuno, semplicemente opera. 
Perché ad uno scorpione non puoi dire di tenere fermo il pungiglione, men che mai se sotto mira ha la carne della propria preda.

Allo stesso modo, non mi si può dire di rilassarmi perché ''c'è chi pensa a quello cui non pensi tu''.
Non mi si può dire di non attaccare che tanto è già tutto sotto controllo, se il controllo non è mio.

Ho bisogno costantemente, alcune volte in modo più accentuato di altre, di far correre a qualcuno il rischio di affondare, affondandoci insieme anche io, solo perché è nella mia natura.
Ed è quasi un po' un piacere. Sentire quella brutta sensazione dell'acqua alla gola, del respiro che sta per venir meno, scamparla all'ultimo secondo ma cercare di nuovo quella situazione alla prima volta utile.

E' un po' un equilibrio mal assestato su cui io non faccio fatica a stare, ma che ovviamente ha una grande voragine.
Dove c'è uno scorpione deve esserci una rana. Quello è essenzialmente il problema. 
La natura della rana è molto differente da quella dell'aracnide in questione. Ed allora come si fa?

Per conto mio, ho imparato che quando si trova la rana in grado di sorreggere i colpi, lo scorpione potrà non rinunciare alla propria natura senza però affogare. Basterà, magari, calibrare meglio il pungiglione: colpire con sempre meno veleno. E povera rana, dovrà abituarsi un po', ma forse sarà in grado di persuadere lei lo scorpione e lo porterà perlomeno ad affondare il colpo un po' meno spesso.

In fondo, chi non converrà con me che tutti hanno una propria natura?
Non è meglio lasciarla uscire piano, piano, piuttosto che farla esplodere inesorabilmente, quando sarà troppo tardi per ricorrere a guinzagli e gabbie?

Non dimentichiamo che spesso l'antidoto nasce dal veleno stesso..

Una buona giornata, a chi non è come neve...

giovedì 22 maggio 2014

E sperare poi in quello che capita

La conoscete la storia di quell'imprenditore Inglese la cui azienda oggi è diventata una delle migliori al mondo, il cui successo è dovuto a 5127 fallimenti precedenti, prima di mettere a segno il colpo perfetto?

Io no, non la conoscevo ma per una relazione assegnata all'Università l'ho scoperto. Così mi sono messa, da brava studentessa, a cercare informazioni su questo, a mio avviso, genio per poi unirle a quelle inviate dalle mie compagne di scorribande.
Ora che il lavoro è quasi terminato, mi fermo a pensare un po'.

Chi di voi non ha mai sbagliato?
5127 errori sembrano impossibili da commettere, nella vita, invece se mi siedo a contare questa soglia la supero eccome.

Ma il punto non è quello. L'imprenditore di cui sopra, che non ama definirsi tale, insegna che un errore non è sempre una catastrofe, anzi.
E' solo una lezione in più.

Eccolo il punto.

Ripongo la mia domanda.
Chi di voi non ha mai sbagliato?
Ed aggiungo.
Quanti di voi hanno imparato dai propri errori?

La prima risposta la conosco. Per quanto siate dei commentatori adorabili, in quanto umani sbagliare è d'obbligo. Ma la seconda?

Io ho una bella capacità: non imparo mai. Ma davvero.
Partiamo dal presupposto che io mi fido ciecamente solo di UNA persona al mondo, da un po' di mesi, e delle mie sorelle, da sempre.
E specifichiamo che quando dico ciecamente, ahimè, intendo che tuttavia un piccolo spiraglio di sospettosità lo tengo sempre aperto.
Come un cane alla catena che fa la guardia alla propria casa e quando sente un rumore comincia ad abbaiare pur non vedendo nulla di sospetto, giusto per prevenire; per avvisare eventuali malintenzionati che c'è qualcuno pronto ad attaccare, ma poi se va tutto bene torna a dormire beato. Ecco, io sono quel cane che ad un piccolo cenno ha l'istinto di fare un passo indietro per scrutare bene la situazione, tutta, senza lasciare niente al caso. Finché tutti i pezzi, per la sua mente, sono accettabilmente al posto giusto.

Così non è raro che, se ho due foto le quali, se detta la verità dovrebbero essere assolutamente slegate tra di loro, ma per me potrebbero essere state scattate dalla stessa persona o nello stesso luogo, io mi metta alla ricerca anche solo di un megapixel che dia conferma della mia folle convinzione che l'autore mi stia mentendo chissà perché.

Mi ricordo, ad esempio, di quella volta in cui il cuore buono che mi accompagna da un bel po' mi inviò una sua foto in cui, a sua volta, fotografava con un tablet qualcosa che non entrava nell'obiettivo.
All'inizio ho guardato l'immagine ed ho chiuso. Dopo un po' mi chiedo cosa il dolce tesoro stesse fotografando, così zoom a più non posso e noto che sul display del tablet, seppur un po' scuro a causa della luce, si scorgono due figure femminili.
Fingendo indifferenza, quindi, mentre il cane già tira un po' e la catena si stringe sempre più al collo, chiedo su cosa è puntato l'obiettivo.

Ebbene, il test è superato.
Ricevo la risposta che voglio, soprattutto mi dico 'lo sai, potrebbero comunque essere donne sospette, quelle della foto'. Ed il mio lavoro da detective è anche un po' sprecato. Ma l'ho detto, mi fido, in fondo, ciecamente.

Ecco il punto in cui non imparo mai.

Non conto più le volte in cui son stata presa in giro e tradita. Quelle in cui 'no, non la conosco. Mai vista, è pure brutta' e poi venivano fuori foto, messaggi e prove in generale di una 'speciale amicizia' con la tipa 'pure brutta'.
Quelle in cui 'non ero io, ho prestato il telefono a Tizio', e poi di Tizio c'era ben poco.
Quelle in cui 'non lo farò mai più' e poi..

Insomma, più di una volta mi sono trovata davanti allo specchio con gli occhi rossi a chiedermi se avessi una faccia da scema o se gli scemi erano gli altri.

E' per questo motivo che la mia fiducia cieca un po' ci vede; è per questo che non imparo mai.
Per quanto mi riguarda, non c'è motivo per cui non dovrei ritrovarmi di fronte a quello specchio di nuovo con gli occhi rossi a guardare la mia faccia da scema (ma non sottovalutatela, eh, che c'ha il suo perché anche quella), già domani.

Nonostante ciò, però, non sono mai stata una di quelle persone per cui tutti sono uguali. Per cui se va male una volta, deve andarci sempre. E questa è forse una fortuna o una rovina. Dipende dai punti di vista.
Per me il mondo non è popolato solo da angeli neri. Per me ci sono anche quelli con le bellissime ali giganti che spiegate ti avvolgono dolcemente e ti rassicurano come la tua coperta preferita dell'inverno. Un bagno di nuvole, insomma.

E semplicemente, anche se tutte le volte prima sei rimasta scottata, quasi ustionata, decidi che non importa, che è più bello buttarsi di nuovo e poi finire all'inferno, piuttosto che vivere a metà.

Ti ritrovi, allora, a giocare un numero ed a sperare poi in quello che capita. Perché se tutti sbagliano, tutti possono non farlo. O farlo ma senza doverti per forza ferire.

Se un giorno dovessi, ma non credo succederà con la persona che mi è capitata tra le mani, rimanere ancora ferita scriverò un post che inizierà con 'io dai miei errori non imparo mai'.
E morirò dal ridere, perché sono una cretina ma simpatica.
E con la faccia da scema.
Ma ringrazio il cielo che tu sei capitato a me.

Una buona notte, a chi non è come neve...

mercoledì 14 maggio 2014

Un tramonto solitario, un inchino e poi il sipario.

Ma la perfezione di certe giornate, io non la saprei descrivere neanche fossi la scrittrice migliore del mondo.

Aprire una porta, come aprire un nuovo mondo.
Far entrare l'aria fresca in una stanza, come liberare l'ossigeno dai polmoni.

Guardarsi come fosse la prima volta, guardarsi come dovesse essere l'ultima.
E nel frattempo tutto il resto.

Un regalo scartato curiosamente e poi scrutato con le dita e immediatamente con gli occhi.
Un letto più stretto, un abbraccio più forte ed una canzone per due.
Un segreto baciato, un sorriso commosso, un desiderio espresso.

Non importa da che parte mi volti, destra o sinistra, sulle pareti l'immagine del mio viso stretto a quello di qualcun altro. Se guardo avanti una frase, un 2+3 decodificabile in men che non si dica, se guardo indietro, tra tutti i miei libri immensi, spuntano dei foglietti più delicati ma che lasciano un eco più forte. E stanno lì, mi dicono che se avessi predetto il mio futuro, qualche tempo fa, avrei sbagliato più o meno tutto.

Mi ricordano che le cose vanno assolutamente come devono andare, che le strade si cambiano se ci si accorge che la meta non è quella che avevamo in mente, anche se fa paura. E poi mi fanno anche sorridere. Molto.

E mi fa sorridere anche il viso accanto al mio.
Quello che ride quando giochiamo e non perdo, ma siccome non lo vuol capire sono costretta a strappare i fogli del punteggio ed interrompere la partita.
Quello che alza gli occhi al cielo quando la mia mente corre dietro a numeri qui e li perché il mondo deve sapere come trasformare i gradi Fahrenheit in Celsius ed ovviamente viceversa.
Quello che mi guarda dall'alto in basso millantando un'altezza assolutamente fittizia, perché tutti sanno che nella carta d'identità, giusto per simpatia, ti regalano un paio di cm in più.

Ma è anche quello che mi vede ridere di nascosto e capisce che ho in mente qualcosa.
Quello che si stupisce per un pensierino che è davvero il minimo, ma lo accoglie come fosse chissà quale grande tesoro.
Quello che, a sua volta, invece si che mi stupisce con gesti che possono essere solo per me; solo per noi. Solo da noi.
Quello che prova ad imitare il mio dialetto con un risultato troppo divertente e deve assolutamente essere registrato.

Quello che ha la mia parte mancante; che ha la freccia che può stare solamente in questo cuore perché semplicemente non poteva stare altrove.

Così mi chiedo, e vi chiedo, quando si ha una fortuna del genere come può non nascere da sola la voglia di fare una piccolezza giusto per ricordare che conosciamo il valore del tesoro che abbiamo tra le mani?
Ed allora si che mi tocca fare una valigia in modo maldestro per non far beccare quello che c'è nascosto nel fondo.
Ed allora si che mi tocca scoppiare a ridere quando (non fate domande) il tesoro in questione, mi allaga la casa e son costretta a rimediare.

E se pensate che due ventenni (rovino un attimo l'atmosfera sottolineando che tra noi in realtà c'è qualcuno di diversamente giovane, altro che ventenne..e non sono io, ihih) per divertirsi abbiano bisogno di andare alle feste in piena notte, a ballare e bere; di scatenare chissà quale scandalo per ostentare un amore irrefrenabile; di allontanarsi chissà di quanti Stati per crearsi un'avventura da raccontare...beh, allora vi faccio sbirciare dalla vetrina di casa mia, quando sono con lui, e vi mostro quanto spettacolo c'è quando improvvisiamo il gioco dei tre tappi o la filastrocca in Calabrese che si racconta ai piccolini.

Da uno schermo certe cose non si possono far capire ma basterebbe la foto scema che ho per sfondo sul cellulare, o le canzoni che Maurizio riscrive in Romano per prendermi in giro per l'ennesimo non disastro che ho combinato, o ancora dovreste sentire/vedere noi due che ci diciamo/scriviamo le stesse cose nello stesso momento perché noi due siamo uguali ma completamente diversi. Dovreste. E forse, semmai qualcuno non dovesse crederlo, capireste che è davvero possibile innamorarsi grazie a delle parole trasmesse da uno schermo ed in poco tempo, perché non contano i calendari, rendersi conto che la persona giusta adesso ce l'hai accanto.

Domani chiudo a chiave la camera, per un bel po' lascio da soli i due volti, le scritte sul muro, i fogli sullo scaffale. Non vedo davvero l'ora di tornare a casa, ma stavolta il mio pezzo mancante mi cinge piano il collo.
Quello simbolico, perché quello reale è sempre e da sempre con me.

Una buona serata, a chi non è come neve...


lunedì 5 maggio 2014

Addosso come un mare mosso

Quella che sta per finire è stata una settimana a dir poco piena e movimentata.

Iniziata con tanti avanti ed indietro di un'oretta e poco più verso la provincia per raggiungere l'ospedale (che c'è anche nella mia città, ma lasciamo perdere, per quello dovrei aprire un post e non è il caso. Non per qualcosa, eh, ma poi dovreste venire a trovarmi dietro le sbarre o al cimitero, ihih) e finita con una nascita speciale.

E' sempre strano quando percorro la strada nella direzione opposta rispetto a quella dell'Università. E' proprio una costa diversa, un po' più trascurata; più verde al limite della spiaggia e accenti un po' più forti. Non so se mi ci troverei bene, prima credevo di si, adesso non ne sono più sicura. Ma infondo è solo abitudine.

L'ospedale non l'ho mai associato a niente di negativo, perché sostanzialmente mi è capitato di andarci (per fortuna, aggiungerei) solo per la nascita dei miei tre nipotini e per quelle due volte che mi sono quasi slogata la caviglia (ma anche in quelle occasioni ricordo solo tante risate). Però stavolta, per la prima volta, ho avvertito una sensazione di pesantezza sulle spalle. La stessa sensazione che ti da la voglia di scrollarti tutto e liberarti di un peso che non vedi, che non tocchi ma senti. Lo senti e lo immagini quasi con un profilo. Il più delle volte basta una doccia a lavare le tue sensazione strane. A me un bel messaggio a chi, ormai da un bel po' di mesi (che non si contano, se non formalmente, perché è una storia particolare, la nostra), al momento giusto avvicina la sua spalla alla mia e lascia che il peso si dimezzi.

Un po' di zucchero e la pillola va giù, ed infatti già il giorno dopo le mie spalle erano un po' più libere. E qui sorrido sperando che presto non ci sia più alcuna pillola da deglutire.

La mia valigia è piena, stranamente più del solito, per l'abituale permanenza di due settimane perché le lezioni riprendono ed io sono una studentessa modello che non ha alcuna intenzione di farsi otto ore di bus tra andata e ritorno. Soprattutto perché nello stesso lasso di tempo arriverei abbondantemente in un posto a caso, tipo la Capitale. Quindi io che sono proiettata al futuro, cerco di ottimizzare.

A tal proposito, pomeriggio ho avvertito uno strano entusiasmo. Un'allegria interiore nel constatare che la mia routine che prima detestavo a dir poco, adesso sta per ricominciare. Mi son sorpresa e mi son chiesta se domattina sarà ancora così.

Sarà forse tutto dovuto alla parte restante della giornata passata tra numeri e studio di funzioni?
Oppure al fatto che lì a Cosenza (perché dai, ormai non è più un segreto da un bel po' che studio qui ma ci tengo a precisare, semmai non fosse ovvio date le ore di viaggio che mi tocca fare, che NON è la mia città) ho un'indipendenza che in realtà non credo mi sia mai mancata neanche qui. Ma in quest'ultimo periodo comincio davvero e concretamente, in abbondante ritardo, a realizzare che abito in una casa non mia, gestisco io le mie spese, i miei ritorni, le uscite che potrei prolungare fino al mattino senza dire nulla a nessuno, e così via.

Mi da una bella sensazione; quella della consapevolezza che sto costruendo un futuro che ho scelto sola, anche quando mamma mi diceva che avrei potuto studiare Medicina o quando i miei amici mi dicevano che tanto i Laureati finiscono per fare il lavoro che potrebbero svolgere anche solo col diploma.

O forse la mia impazienza è dovuta al fatto che, se la fortuna continua ad assistermi, questo fine settimana sarò in buona compagnia?

Però sssh, quest'ultimo punto sussurratelo, è un segreto.

Insomma, tutto ciò per dirvi cosa?In modo molto poco da me, che sono felice.
Che tutto va bene.

E che sono diventata bisnonna così giovane: la mia cagnetta oggi ha avuto 4 cuccioletti. E con questa nascita speciale, appunto, termina la mia strana settimana.

Adesso, miei cari lettori, stringiamoci tutti e con un urlo pregate affinché la mia valigia domani sia esattamente dove l'ho lasciata.

Un buon inizio settimana, a chi non è come neve...