sabato 31 gennaio 2026

Fare le cose con danza

Gennaio è sempre un mese lunghissimo.
Come se gli altri 11 si concentrassero tutti nei primi 31 giorni per poi tornare diluiti subito dopo.
È stato un mese quindi un po’ pesante e per coerenza ho deciso di consacrarlo a Dostoevskij.

Io e lui ci siamo conosciuti relativamente tardi -epoca Covid- e non è stato proprio un colpo di fulmine.
Però sentivo che una lettrice accanita come me non poteva fermarsi senza provarci davvero e così ho deciso di rileggere quegli stessi testi che, qualche anno fa, ammetto di aver finito solo per dovere, non per piacere.
Ho iniziato con sobrietà da “Le notti bianche” che, purtroppo, devo confermare non mi è piaciuto nonostante alcuni passaggi bellissimi. Non poteva poi ovviamente mancare “Delitto e castigo” che non è stato poi pessimo come ricordavo (ma, diciamocelo, con qualche taglio qui e lì sarebbe stato meglio), né “l’Idiota”, il quale mi ha lasciata con l’amaro in bocca per il finale. Ho poi concluso con “Il giocatore”, libro di cui ignoravo l’esistenza e che però è stato ben più leggero dei suoi colleghi.
Avevo infine iniziato anche “Demoni” ma non ho retto: già le prime pagine me lo hanno reso detestabile. Proverò con meno fardelli di nuovo in futuro, insieme a “I fratelli Karamoz”, e poi direi che la mia coscienza da lettrice potrà dirsi finalmente ripulita.

Oltre a Fëdor, il principale compagno di giochi di questo inizio anno è stato senz’altro il maltempo.
Il lungomare della mia città è stato uno di quelli ridotti un po’ per le feste e, mentre scrivo, fuori il vento e la pioggia continuano ad imperversare.
Se non fosse che arrivo sempre in ufficio zuppa come un pulcino, sarebbe pure carino rimanere sotto il piumone ad ascoltare.
Il lavoro è una delle parentesi sempre belle e positive della mia vita, sotto tanti punti di vista.
Sia benedetto il giorno in cui ho conosciuto F. ed il mio cuore ha detto di sì, quando la mia testa aveva già programmato il no.
Sono davvero felice della crescita esponenziale che mi sento addosso e queste settimane sono state così produttive che hanno completamente cancellato i debiti di sonno e gli ultimi residui di rabbia mista al dolore.
Adesso però non c’è più spazio né per l’una, né per l’altro. Ho dato veramente troppa importanza a qualcosa che importante non è più.

Ho un mini-diario in cui mi sto impegnando a scrivere, giorno dopo giorno, tutto ciò che di bello mi accade. In realtà è una lista di poche parole per rigo, ma è davvero simpatico tornare a rileggerle se ho una serata particolarmente no e scoprire quante cose ci sono che val la pena di notare, mentre si vive.
Questa cosa di rimanere sempre e solo sulla superficie è uno dei peccati peggiori commessi nei confronti della nostra anima, per questo ho cominciato a praticare l’indulgenza nei confronti di chi non si redime da solo. Si bastano da soli, non serve metterci anche noi il carico.

Non so come mi sia venuto in mente di sperare anche solo per un secondo di essere diversa.
Se non avessi il carattere che ho, il corpo che ho, i difetti che ho, non sarei mai riuscita a meritarmi le persone che ho accanto.
Perché alla fine le fragilità non sono limiti, per niente. Sono solo filtri che ci rendono adatti non a tutti.

Che sia davvero benedetta la capacità di non adattarsi alla mancanza di empatia, di delicatezza.

Conta solo fino a tre.

A chi non è come neve…

sabato 17 gennaio 2026

Il caso in destino

A chi non ha svenduto il proprio corpo anche quando gli altri lo hanno svalutato, non sapendolo guardare davvero.
A chi si sveglia ancora nel cuore della notte con un po' di rimpianti e rimorsi, tranne quello di aver calpestato i propri valori.
A chi non cede alla rabbia, alla tristezza.
A chi si dedica alla gratitudine, alla crescita del sé.
A chi non ha fretta di guarire, ma di imparare dai propri errori si.
A chi sa rimanere solo senza sentirsi vuoto.
A chi resta gentile.
A chi si salva da solo.
A chi sa lasciare andare.
A chi sa tenere stretto.
A chi sa sentire la differenza.


Perché, alla fine, l'unica vera risposta che conta è quella a poche, importanti domande: sono orgoglioso di ciò che sono diventato? Ho percorso una strada pulita, per arrivarci? Oppure ho lasciato sul tragitto cuori calpestati, parole affilate, cattiverie gratuite? Sono in pace con me stesso, con ciò che ho costruito e con ciò che ho distrutto?
Perché a volte va bene anche distruggere, se prima siamo stati attenti a mettere al riparo chi ci ha sempre accompagnati. E va bene anche lasciare indietro chi non sentiamo più affine a noi, purché l'abbandono non sia umiliazione, colpevolizzazione, svalutazione.

Non ciò che ho ottenuto, ma come ci sono arrivato.

Perché crescere non sempre è aggiungere.
A volte ha molto più che a vedere con il togliere ciò che non siamo più disposti a diventare.

A chi non è come neve...