venerdì 8 febbraio 2019

...Uno sorride di com'è, l'altro piange cosa non è...

Il fatto di avere un fidanzato Romano mi ha entusiasmata dall'inizio della nostra storia. E non solo perché così posso passare le vacanze gratis nella capitale ogni volta che voglio.
No...è perché mi ha dato modo di scoprire fin da subito le differenze che scandiscono le nostre vite in differenti ambiti. E se pensate che non possa essere così evidente il passaggio tra una Calabrese ed un Romano vi state sbagliando di grosso.

La cosa più banale che mi viene da dire, e che probabilmente sarà balzata subito anche alla vostra mente è la differenza di dialetto. Il romano è più o meno un italiano che non ha smesso di crederci; qualche "daje, mortacci tuaaaa" di qua, una cadenza che non c'è bisogno di spiegare perché tanto la conoscete tutti, un termine più stretto di là ed eccovi pronti a parlare romano. O perlomeno, ecco che non vi risulterà ostico da comprendere.
Il calabrese, per uno straniero è tutt'altra storia. Io ed il mio Rrrromano stiamo insieme da 5 anni ed ancora non riesce a comprendere bene un discorso per intero senza almeno un tentennamento; se poi vengono usati termini ancora più desueti è ancora peggio! Considerate che, più o meno come in tutto il sud, non esiste un dialetto unico, assolutamente. Se io abito dove abito parlo in un modo ma nella città accanto, a cinque minuti di macchina (e non sto esagerando) il dialetto cambia drasticamente, con nuove parole, a volta proprio una cadenza diversa. Se cambiamo provincia ancora peggio.
Il mio Rrrrromano è un romano con un bell'accento, che non si sente troppo; lui dice di avere una cadenza quasi perfetta (ssse) ed invece prende in giro me, che l'acca aspirata non la perdo neanche se ci provo ma che mi difendo con l'evidenza: in tutta la Calabria il mio modo di parlare è sicuramente tra i meno peggiori da sentire.

Superata l'ovvietà maggiore ci sono state invece, nel corso del tempo, delle cose un po' meno ovvie che mi hanno spiazzata perché, se ci pensate un po', quando si hanno da sempre certe abitudini si pensa che queste siano la normalità e neppure ti viene in mente che potrebbero esistere "altre" normalità.
Per esempio, la primissima cosa che mi ha lasciata senza parole è stata la mia pizza preferita. Si, proprio lei, la mia buonissima margherita con le patatine fritte che, fuori dai confini terroni, mi è stata discriminata ripetutamente. Del tipo che quando l'ho ordinata la prima volta (e tutte le volte dopo) ho visto il panico negli occhi degli altri commensali che cercavano soluzioni alternative tipo "ordina una margherita ed a parte le patatine" mentre io mi chiedevo perché adagiare quelle stanghette gialle e fritte sulla mia pizza potesse essere così complicato ed incomprensibile per il pizzaiolo.
In secondo luogo, e quando l'ho scoperto stavo per svenire, il mio Rrrromano non aveva mai mangiato (o visto) uno degli accompagnamenti più buoni del gelato: la brioche con il tuppo.
Si, ad onor del vero è un prodotto tipicamente Siciliano ma dalle mie parti sbanca allo stesso modo ed è una meraviglia a cui tutti hanno dato un morso nella propria vita almeno una volta. Invece nei bar romani, con non poca tristezza, mi sono resa conto che questa golosità manca. Ed è inutile che cercando la foto su Google venite a commentarmi che non vi ispira, se non l'avete assaggiata dovete solo stare muti e sentirvi perduti!

E la parentesi culinaria potrebbe andare avanti per molte righe, dal momento che alla fine piatti tipici e sconosciuti si possono trovare ovunque (a parte la mia pizza, per quella fatevi curare, dai, su). L'ultima che si sta per aprire adesso, invece, sarà la parentesi dedicata al mistero della carpetta. 
Ho già detto che la differenza tra dialetti era la cosa più ovvia da riscontrare tra me ed il mio Rrrromano, ma quello che non mi aspettavo era di riscontrare delle differenze anche all'interno dei termini ITALIANI.
In pratica, una sera a tavola io ed il mio fidanzato siamo stati protagonisti di questa scena:
Io: "si, nell'armadietto ho visto dei fogli nella carpetta"
Lui: "i fogli dove?"
Io: "nella carpetta"
Lui: "nella?!"
Io: "....CAR-PET-TA"
Lui: "e che è?"
Dopo una veloce ricerca su Google abbiamo capito che la mia carpetta (che in italiano esiste) è quella che a Roma viene definita cartelletta e dopo aver interrogato anche altri membri della comunità romana ho assodato che non era solo il mio fidanzato ad essere all'oscuro di questo magico termine. Ancora ora non me lo spiegare!

Tante altre cose dovrei raccontare sulle diversità che nascondono i nostri mondi i quali, geograficamente, non sono poi così lontani, ma dovrei scrivere chissà quanti altri post. La cosa principale che, invece, devo dire è che tutte le differenze in questione non sono e non potranno mai essere un motivo per allontanare me ed il mio Rrrromano. Piuttosto rappresentano un motivo in più per sottolineare la nostra complementarità (a parte la storia della pizza, quella proprio non la potrò mai accettare).

E voi, invece, che differenza scoprireste di avere con una Calabrese?

Una buona giornata, a chi non è come neve...

giovedì 24 gennaio 2019

The collateral beauty

Tutte le nonne del mondo sono speciali, però la mia lo era un po' di più.

Avete presente lo stereotipo della nonna che ti deve riempire di cibo a forza, stando sempre dietro ai fornelli? Ecco, dimenticatelo, almeno per un attimo. La mia non amava molto mangiare, anzi, si chiedeva come facesse certa gente a rimpinzarsi di cibo. Eppure la sua dispensa era sempre piena, e quando dico piena intendo che la parete di una stanza era adibita completamente allo scopo, quindi ogni volta che la riforniva ricordo distintamente che veniva subito da noi a comunicarci che "c'è tutto, vi ho comprato la pasta, c'è il tonno, la coca cola. E venite, venite a prenderli che dovete mangiare, venite" e poi, chiudendo la porta che separa la sua casa dalla mia, continuava ancora a ripetere, mentre si allontanava, quanto fosse importante che noi avessimo tutto.

Quando una persona manca si dice che tutti quelli che la conoscevano ne parlano bene anche se per tutta la vita l'hanno criticata; può essere che sia stato così anche per mia nonna però sono sicura che su una cosa nessuno può aver mentito: ci amava profondamente, come si può amare solo poche volte e poche persone nella vita. E questo lo diceva a tutti.
Diceva a tutti che le sue cinque nipoti "sono una più bella dell'altra, belle come il sole, studiose, educate".
Lo ricordava anche a noi praticamente ogni giorno, ogni volta che ci vedeva, "bella mia, stu fiuri meu, guardati chi faccicella bella". Ci ricordava nelle sue preghiere, perché era molto religiosa, e chiedeva a Dio di donarci fortuna, pace e salute "pe cent'anni" perché noi non facevamo male a nessuno e nessuno avrebbe dovuto farne a noi. 
Suo marito, mio nonno, è scomparso ormai tanti anni fa ed amandoci di cuore anche lui aveva passato a lei la raccomandazione di badare a noi, e lei, di rimando, adempiva a questo dovere con immensa gioia.

Lavorava tantissimo, ha fatto lavori fisicamente sfiancanti, che infatti purtroppo avevano mostrato le proprie conseguenze negli ultimi anni, ed anche dopo la pensione non si era risparmiata. Amava farlo, anche quando mamma la sgridava chiedendole di stare attenta, di godersi la vita ora che poteva, di smetterla di ammazzarsi, lei rispondeva "sono opere di bene, voglio farlo". Era una spendacciona, qualità che tra l'altro ha trasmesso ad una delle mie sorelle, ma per lei non comprava praticamente nulla: era tutto per noi.
Ogni volta che partivo per Cosenza ed andavo a salutarla lei mi diceva "ah parti? Aspetta un attimo" e col suo passo dissestato dalla operazione al femore di tanti anni prima, cercava di raggiungere in fretta la sua camera da letto dentro il cui armadio aveva la sua borsetta; rovistava un pochino e poi tirava fuori dei soldi. Io mi rifiutavo di prenderli, le dicevo che non li volevo e che non c'era bisogno di darmeli e lei rispondeva che "non è per bisogno, lo so che non ne hai bisogno, ma se i tuoi amici comprano qualcosa e tu la vuoi perché devi desiderarla e non poterla comprare?", e poi mi congedava con un bacio e il suo solito "vai figghia, vai ca paci e ca saluti, torna prestu".
Aveva un armadio pieno di pigiami nuovi, dovete credermi, proprio zeppo, dalle fantasie discutibili ma caldi e morbidi come le nuvole. Erano tutti della stessa, identica taglia; roba che il venditore deve aver pensato che questa nonnina avesse 30 nipoti belle in carne; roba che dentro uno di questi io ci sto almeno due volte. E quando ridendo però glielo facevamo notare lei rispondeva semplicemente che andavano benissimo, ché il pigiama mica deve stare "a farticchiu". 

Nonna aveva lavorato tanti anni anche a Roma, diceva di amarla e che se non fosse stato per nonno, che invece era attaccato alla terra d'origine, sarebbe rimasta ancora lì. Allora raccontava sempre di quando era vicino a Palestrina, della Madonna d'oro, della famiglia che la ospitava e presso cui faceva da baby-sitter e da tutto fare, diceva che le sarebbe piaciuto tornare, che era contenta di avere un nipote romano. Aveva origini umili, non aveva mica il diploma, non parlava bene italiano, perché in Calabria si parla il Calabrese miei cari, però si ricordava bene il "mortacci tua" della capitale. 
Amava anche guidare, lo ha fatto fino a qualche anno fa, amava la sua macchina e probabilmente il momento in cui ha dovuto, per causa di forza maggiore, lasciarla, è stato quello in cui la sua mente ha cominciato a faticare un po'. Andava in giro per la città a fare commissioni a chi, proprio nel momento del bisogno, non ha avuto alcun riguardo per lei. 
Al suo rientro, il più delle volte, trovavamo un vassoio coperto dalla carta rossa e le scritte gialle del nostro bar preferito e questo significava una cosa sola: "nonna ha comprato le brioche col gelato". Il gusto era sempre lo stesso, il cioccolato. Anche lei era golosa del cioccolato ma alla fine non lo mangiava neanche così spesso.
Una cosa invece non poteva mancare sulla sua tavola, nella sua cucina: da bere.
Ve la immaginate una nonnina che ama la birra, gli amari, il cognac? Beh, la mia era così, diceva che ogni tanto faceva bene, che non serviva ubriacarsi.

Mi sono resa conto che in fondo nonna è stata una donna coraggiosa, forte nonostante il suo fisico esilissimo. Ha sempre e solo lavorato, provvedendo al marito ed alla figlia, viziando tutte le sue nipoti e non solo. Viaggiava da sola in un'epoca in cui le donne erano associate prevalentemente alla figura della casalinga; si muoveva a proprio agio in queste terre aspre, piene di verde e di frutti da coltivare con fatica; aveva cura dei grossi animali che erano l'orgoglio di nonno e che ha tenuto finché quest'ultimo non ha avuto più le forze per andarli anche solo a vedere.
Era una donna tradizionale ma neanche tanto; ricordava, a distanza di decenni, il suo grande amore ancora con le lacrime agli occhi, eppure non aveva mai badato all'usanza dei vestiti neri in sua memoria per anni ed anni. A dirla tutta, il nero non le piaceva proprio e diceva anche a noi di portare possibilmente colori allegri nella quotidianità. Ci raccontava emozionata di quanto fosse anche nonno orgoglioso di noi, di quanto ci tenesse che almeno una diventasse dottoressa, ed io ci ero riuscita, ma non "dottoressa di malati, dottoressa di commerciu". Non aveva fatto una piega quando le mie sorelle, invece di sposarsi in chiesa come da queste parti ai tempi sembrava necessario, erano andate a convivere, aveva solo detto che l'importante era volersi bene, di lasciar perdere la gente cattiva.

Lo sai, nonna, sono stata quella che ha pianto meno quando te ne sei andata. Non ce l'ho fatta neanche da sola a svuotare il mio dolore, nonostante me ne abbia portato tanto la tua scomparsa inaspettata. Ci ho provato e mi sono sentita come una bottiglietta piena di acqua, una di quelle che quando messe a testa giù, per la pressione del vuoto d'aria forse, riversano tutto il liquido in piccoli sorsi i quali per la violenza fanno rimbalzare leggermente la bottiglia stessa. Mi sono sentita così quando mi è venuto da scoppiare e poi però è passato dopo un attimo.
Non ce l'ho fatta neanche a pregare, anche se so che tu ci tenevi alla Fede; ci ho provato, ho fatto il segno della croce e poi non m'è venuto da dire niente. Ho solo pensato.
Sono stata l'unica a volere e riuscire a rimanere là mentre il legno chiaro di quel coperchio consacrava l'ultima volta in cui ti ho vista in carne ed ossa. Non ho pianto neanche là perché, per non impazzire, mi sono convinta che là dentro non c'eri tu, non ci sei tu. C'erano il tuo corpo forse, i tuoi capelli, i tuoi vestiti ma non tu.
E quando mamma, da sole, mi ha detto che sentiva un grande dolore proprio nel cuore le ho risposto quello che ormai è diventato il mio mantra ogni volta che sento gli occhi umidi: tu non sei qui com'eri prima, ma ci sei lo stesso.
Ci sarai quando vedremo un bella giornata di sole, quando sentiremo un profumo, quando il sole ci bacerà la pelle, quando ci guarderemo l'un, l'altra negli occhi che tanto ci somigliamo tutte ma una in particolare somiglia a te.
Non avrò paura di entrare in casa tua ed un giorno non sentire più il tuo profumo perché so che presto potremo scambiarci i ricordi di te e nonno senza tristezza, senza malinconia, solo con una grande serenità.
Non faremo nessuna fatica a ricordarci di te e dei tuoi insegnamenti, che già adesso ho raccontato solo una piccola parte di quello che sei stata per noi ed ogni volta che ci chiederanno di te risponderemo che si, ti abbiamo conosciuta e per fortuna non ci siamo limitati a quello...ti abbiamo vissuta per tanti anni, quelli più belli, in cui la tua figura è stata fondamentale ed ora semplicemente impareremo ad amarti ed a farci arrivare il tuo amore in un modo diverso ma non per questo meno forte.

Ciao nonnarella mia.

Una buona giornata, a chi non è come neve...

mercoledì 16 gennaio 2019

...Però dopo niente cambierà


Tornando a casa ero piena di buone intenzioni; avevo già una lunga lista di cose utili da fare però lo sappiamo tutti quanto possa essere sarcastica la vita. Che è quello che ti succede quando fai dei piani, no? Così dicono, almeno.
Allora avevo pensato di scrivere un post per raccontarvi di quello che è successo da quando ho messo piede in Calabria ma poi ho deciso di no, che non voglio scrivere qualcosa di triste, voglio scrivere delle cose positive che accadono anche durante una brutta esperienza.

Di quei momenti in cui ti rendi conto del fatto che davvero l’unico modo per fregar la morte è l’amore.
Perché ci sono delle fasi della vita in cui la notte stai sveglia in ospedale per guardare un nuovo esserino respirare emozionandoti ad ogni nuovo battito ed altre in cui, invece, stai sveglia per assicurarti che il respiro di un’altra persona, stavolta ben più grande, non si interrompa all'improvviso.
Ed in questa attesa non c’è nulla di bello, in realtà, però in qualche modo devi salvarti dalle lacrime, dalla paura, e lo fai dicendo a te stessa che stai concretizzando l’amore stringendo quella mano che per tanti anni ha guidato la tua quando ancora non sapevi neanche formulare una frase di senso compiuto.
Allora tutti i ricordi vengono a galla e si rincorrono l’un, l’altro d’improvviso come le stelle cadenti che tanto amo e che tanto mi fanno desiderare, e cerchi di condividerli con chi hai accanto di modo che anche quest’ultimo possa partecipare a questa gioia, sperando che possa arricchire di dettagli la tua memoria, strappando un sorriso qui e là a delle ore grigie e silenziose, altrimenti vuote.
Ti si alleggerisce il cuore pensando che non sei sola, che c’è qualcuno che può portare questo fardello insieme a te però poi regolarmente il peso diventa un po’ più grande se rifletti sul fatto che, in realtà, quella che state condividendo è solo tristezza. La paura dell’ignoto, la paura di una chiamata, la paura di addormentarsi e perdersi un attimo, l’attimo.

Però siamo arrivati fino a qui sperando, lottando, augurandoci che la nostra forza di rimando diventi anche la forza di tutti gli altri compagni di questa piccola, grande disavventura che è la morte che rincorre la vita.
Niente altro.
Allora continuiamo a credere, a volere, che per questa volta la gara la vinca la vita, perché è vero che un buon pezzo l’abbiamo già goduta a pieno ma è anche vero che per noi non sarà mai abbastanza.
Non sarà mai abbastanza per una figlia che sta stringendo la mano debole della propria mamma.
Non sarà mai abbastanza per una nipote che ha ancora qualcosa da raccontare alla propria nonnina.


Una buona serata, a chi non è come neve...

martedì 8 gennaio 2019

Hall of fame: il pieno di premi!

Torno finalmente da queste lunghe vacanze natalizie con un post per due bei premi che sono arrivati entrambi dalla mia cara Mariella e quindi, anche per ottimizzare i tempi, eccoci qui (che è un modo elegante per dire che sennò chissà quanto tempo farei passare prima di pubblicare, dato il mio ritmo).

Il primo tag, IL FRANKEN - MEME di NOCTURNIA ideato da Nick Parisi del blog NOCTURNIA, permette di far conoscere i blog che seguiamo dividendoli per categoria. È una cosa che mi piace molto perché ogni volta che leggo qualcuno che mi appassiona vorrei consigliarlo a tutti come una strillona! :-D

Le categorie sono le seguenti:

I must
In questo caso intendo non solo quelli che tutti dovrebbero leggere ma quelli che probabilmente quasi tutti seguono ormai J Un must in tutti i sensi, quindi.

Posto di bloggo: Che già solo per la genialità del nome del blog, merita. Ed in ogni caso dentro potete trovare tutto quello che vorreste leggere su un blog. Franco per il pagamento che mi devi dopo questa ci sentiamo in privato.

Mo O' Clock: Non credo che ci sia bisogno di presentazione per questo blog. MUST e basta! Moz si impegna tanto proponendoci sempre nuovi e curati contenuti, quindi bisogna premiarlo assolutamente.

Menzioni d’onore
Il Bazar del calcio: Per chi ama lo sport in questione ma non solo, per questo motivo una menzione d’onore: perché è davvero difficile coinvolgere tutti con un tema così specifico eppure Riccardo ci riesce! Correte a leggerlo se ancora non lo fate, su.

Chi scrive non muore mai: Claudia aggiorna quotidianamente il suo blog portando alla luce notizie di cronaca ma anche spunti derivanti della sua vita nei quali potete riconoscervi e farvi coinvolgere anche voi, ne sono sicura.

Le new entry
L'Agorà: Un blog in cui Daniele pubblica sempre nuove poesie dal tono delicato ma toccante sugli argomenti più disparati. Vale la pena leggerlo anche solo per avere degli spunti di riflessioni che magari non ti aspetti su delle cose che in realtà ti circondano già.

Digito Ergo Sum: Diventato uno dei miei blog preferiti, Digito offre con ironia disarmante tutto quello che gli viene in mente. Leggetelo assolutamente e state sicuri che mi ringrazierete (anche perché, seriamente, pensate che sennò avreste il coraggio di tornare qui e contraddire ME?)

I meritevoli di emergere
Karmaironico: Scoperto qualche mese fa (e che però ultimamente è anche un po’ scomparso) Karmaironico ha, anche lui, una intelligenza ed un’ironia sottilissima, di quelle che non può non piacere leggere.

Quelli che dovrebbero essere aggiornati con più frequenza
Righe libere: Questa in realtà è una minaccia caro Maurizio, torna ad aggiornare ed a commentarmi se non vuoi che i tuoi gadget di BTTF rimangano inavvertitamente offesi. Comunque per chi ormai non lo sapesse (Claudia, tu xD) è stato proprio il suo modo di scrivere a farmi innamorare di lui e quindi volete veramente perdervi un blog che ha rubato persino il mio cuoricino di marmo.

La cantadora e la Loba: Carolina scrive con delicatezza e prepotenza dei post veramente pieni. Pieni di tutto quello che un blog, per come lo intendo io, dovrebbe avere.

I desaparecidos
Per questa categoria non taggo nessuno ma non perché non ci siano blog meritevoli, più che altro perché sarebbe una lista immensa, quindi basta guardare sul mio blogroll tutti i blog che ho lasciato ma non più aggiornati.

Il secondo premio è invece un tag più classico in cui bisogna rispettare delle regole (ed io non lo farò, muahah):

1 - Ringraziare chi ti ha nominato fornendo il link al suo sito.
2 - Rispondere alle 11 domande e nominare altri 11 blogger che dovranno rispondere alle stesse o ad altre 11 domande.
4 - Informare gli 11 candidati commentando un loro post sui Social/ blog o taggandoli.
5 - Elencare le regole del premio e mostrare il logo del sole.

1) Di cosa parla il vostro blog e com'è strutturato?
Parla di me, anche se non così tanto come potrebbe sembrare e di quello che mi passa per la mente nel momento esatto in cui le mie dita toccano la tastiera. La struttura è quella mia mentale: tutto in ordine ma lo capisco solo io.

2) Passione vuol dire?
Rimanere svegli la notte a pensare che non importa della paura, della stanchezza o di null'altro, l'importante è arrivare LÌ.

3) Che cosa fate per rilassarvi?
Scrivo, leggo, ascolto qualcosa e quasi sempre una bella doccia bollente.

4) Qual è stato l'ultimo viaggio che avete fatto per piacere?
Roma, se non vale come risposta allora quello verso la Puglia.

5) Di solito viaggiate soli o in gruppo?
In coppia, generalmente.

6) Qual è il posto che sognate di visitare da sempre?
Londra. Ma ho paura che se ci vado poi non avrò il coraggio di tornare indietro.

7) Qual è l'ultimo libro che avete letto?
Ne leggo così tanti che non ho un ricordo cronologico, ma probabilmente uno degli ultimi (molto bello) è un e-book inglese che si chiama "Once gone (a Riley Paige Mystery)" di Blake Pierce.

8) Qual è il vostro genere di libri preferito?
Amo leggere tutto purché scritto bene. Mi sono sempre piaciuti i thriller/horror ma non disdegno i libri storici, biografici o i romanzi.

9) Quanto e cosa vi piace condividere delle vostre esperienze sui social?
Non ho social, comunque se li avessi condividerei probabilmente qualcosa di bello che ho fatto, visto o sentito.

10) Che rapporto avete con il luogo in cui vivete?
Di amore ed odio, come tutti i rapporti che si rispettino. Quando sono andata via per l'università mi mancava tantissimo, poi ad un tratto ha cominciato a starmi stretto insieme a molte delle persone che vi abitano. Oggi semplicemente lo apprezzo quando sono là e lo guardo da lontano con nostalgia quando vado via.

11) Cosa vi piacerebbe che venisse valorizzato?
Tutto, perché c'è tutto e non viene usato quasi niente. C'è la buona cucina, ci sono paesaggi bellissimi, c'è una enorme cultura, ci sono reperti storici importantissimi, è stata la culla di personaggi illustrissimi eppure in molti neanche lo sanno.



Come sempre invito tutti voi a rispondere alle domande, senza nominare nessuno nello specifico (così non rischio le maledizioni di qualcuno ma di tutti), e ringrazio ancora Mariella di Doremifa-sol, libri e caffè che non solo mi ha riservato questi premi, ma mi scrive sempre cose bellissime da me e non solo. Una donna davvero forte e simpatica, oltre che intelligente, che dovreste incontrare almeno virtualmente!

Una buona giornata, a chi non è come neve...

giovedì 20 dicembre 2018

It's Christmas time: i miei Natali del passato

Credo sia la prima volta in cui Moz mi tagga per qualche gioco e quindi come avrei potuto dire di no?
Le regole le conoscete e sapete già che tanto le disattenderò:
1- Elencare tutto ciò che è stato un simbolo dei nostri Natali del passato, in base ai vari macroargomenti forniti;
2- Avvisare Moz dell'eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento a
3- Taggare altri cinque bloggers, avvisandoli.

I miei Natali del passato

Giochi
I giochi da tavola nella mia famiglia sono un tasto dolente ed ora vi spiego perché. Noi siamo numerosi, tra sorelle, fidanzati, nipotini, consuoceri e spesso durante le feste cerchiamo di riunirci quanto più possibile; penserete che quindi siamo perfetti per i giochi di società...ed invece no ragazzi. Per colpa di questi momenti più di qualcuno ha rischiato il divorzio. Siamo tutti molto competitivi e quando si cerca di stare calmi c'è sempre qualcuno che aizza alla rissa!
Generalmente le liti venivano scatenate, in passato, da giochi di carte. Mi ricordo per esempio il piatto, il gioco in cui si puntavano soldi dentro un piatto (che sorpresa, eh?) mentre, sorprendentemente, pochissime volte abbiamo usato la tombola. Solo recentemente è tornata alla ribalta perché piace ai miei nipotini.

Film/televisione
A parte l'ovvio Mamma ho perso l'aereo, per me il film di Natale per eccellenza è il Grinch. Lo amo proprio. È divertente, tutto in rima ed ha anche un bel significato.
Non mi piace, invece, una poltrona per due ed ormai neanche lo ricordo più.

Canzone
Natale è Michael Bublé, ma quando ero piccola non lo conoscevo ancora. Per me le più belle canzoni di Natale, da piccola, erano quelle delle recite che facevamo a scuola....eeeh, come risuonano nella mia memoria bene ancora :-D

Cibo
In Calabria col cibo non si scherza, anche se io non sono una buona forchetta devo dire.
Comunque tipicamente si mangia-va: stocco e baccalà, gamberoni, grandi piatti di pasta col pesce e poi le zeppole (non quelle dolci), buonissime e che a quanto pare non sono molto famose risalendo per l'Italia. Tra i dolci, oltre al panettone (che non mi piace per i canditi) ed al pandoro (generalmente col gelato) la buonissima pignolata, che altrove è chiamata cicerchiata mi sa, le sammartine, i mustaccioli e le nacatole.

Luoghi
Il Natale per me è casa ed in passato infatti li ho trascorsi ho a casa mia o da mia sorella oppure dai suoceri di quest'ultima. Tutti rigorosamente insieme.

Libri
Nonostante io legga molto non mi viene in mente un libro propriamente natalizio. Però ho un ricordo di un libricino scritto a grandi caratteri che c'era a casa mia fino a qualche anno fa. Aveva una copertina rossa, morbida, con il titolo scritto o in nero o in oro, non lo ricordo. E mi pare che parlasse di un fiocco di neve però non ne sono certa al 111%. Non so che fine abbia fatto ma ora che mi è tornato in mente sarei felice se lo ritrovassi per rileggerlo.

Life
Per eccellenza, come vi ho detto, per me il Natale è decisamente la mia famiglia. Quando ero piccola mi è rimasto in mente l'immagine del nostro albero di Natale che allora si faceva rigorosamente vero. Mi ricordo distintamente il suo profumo, inimitabile direi, la consistenza dei suoi rami ed anche il fatto che probabilmente era pure spennatello perché è difficile trovare abeti veri e belli gonfi. Mi ricordo anche che una volta non si era attenti alle mode e la palline erano spesso impresentabili, grandi e con colori accozzati un po' qui e là. Per questo io ogni volta che faccio il mio albero di Natale ci metto dentro tanti colori, con stile ma anche tradizione.
Tra l'altro uno degli abeti della mia infanzia è stato piantato dietro casa mia, c'è ancora ed è più alta dei due piani della mia abitazione.
Un altro ricordo del mio Natale siamo io e mia sorella, entrambe piccole, che nella nostra ingenuità pensavamo ai regali da fare ai nostri genitori (e, sempre ingenuamente ma con tanta dolcezza, re-incartavamo oggetti già in casa da donare loro e mettere sotto l'albero).

Foto di un Natale passato
Nella foto che metterei c'è il mio papà giovanissimo che mi tiene in braccio piccolissima, con dietro l'albero agghindato. Io sono pienotta, con le guance colorate e quasi pelatina con un biondo che nel tempo si è scurito e mi ha lasciato i riflessi dorati. Lui è super riccio, super bello (si, ho preso da lui) e con una maglia a maniche corte (si, a maniche corte). Ha un sorriso bellissimo ed anche io me la rido sprezzante del mio doppio-mento da bambina pacioccosa. Sono vestita in modo discutibile (ma lo siete stati anche voi in quegli anni, non si scappa) e sono tanto felice (di essere la sua figlia preferita, ssssh)

Tag: non pervenuti.
Approfitto invece per fare a tutti i miei auguri di Natale perché probabilmente non avrò modo di scrivere altri post appositi. Spero sinceramente per ognuno di voi che le feste vadano al meglio e che sotto l'albero troviate qualche pensierino gradito perché i regali, quelli belli, invece non si possono scartare.
Vi auguro tanto amore, tanti abbracci, tanti dolci buoni e tante risate.
E se proprio volete, vi auguro una bella vincita alla tombola.

Una buona serata, a chi non è come neve...

venerdì 14 dicembre 2018

Ero sempre con me.

Ho 25 anni e qualche giorno fa ho preso per la prima volta il treno da sola.
Lo so, sono vecchia ormai, avrei dovuto farlo prima però a mia discolpa posso dire che essendo le linee ferroviarie della mia città semi-abbandonate non ne avevo mai avuto la necessità/il modo. Anche perché fino ad ora i viaggi verso Roma erano sempre stati organizzati in due.
Ma comunque, non ci distraiamo.

Il viaggio è iniziato ancora prima di iniziare.
Innanzitutto non so perché tra le mie sorelle e le mie amiche aleggiava il intrenodasola?!.
Ed in particolare le mie amiche si sono premurate di consigliarmi capi d'abbigliamento che dessero poco nell'occhio, come se di solito andassi in giro vestita in modo vistoso :)
In secondo luogo dovevo decidere se passare quelle sei ore e mezzo in un vagone semi-pieno, vuoto o semi-vuoto.
Ovviamente non volevo essere isolata da tutti, che non si sa mai quanta fiducia si possa dare all'umanità, ma non volevo neanche avere tutti attorno a me così ho cercato la via di mezzo.
Peccato che poi, il giorno della partenza, ho verificato che nonostante il vagone fosse semi-vuoto tre persone avevano deciso di circondare proprio la sottoscritta.
Sono così partite le scommesse su chi sarebbero stati i compagni di viaggio.

Arrivata in stazione (40 minuti di macchina dopo con papà perché come vi ho detto i treni della mia città sono un miraggio e quindi bisogna andare altrove; tra l'altro siamo arrivati praticamente per un pelo all'orario giusto) ho atteso il treno constatando che il solito maniaco che gira tra i binari con le mani sempre là dove potete immaginare non c'era ed ho sperato che fosse di buon auspicio.
Ma d'altronde se sono sopravvissuta cinque anni tornando dall'università da sola percorrendo una stradina isolata e senza luce...
Arrivato il treno e salutato papà, mi accomodo al mio posto; situazione vagone:
posti subito vicini a me vuoti; i posti sulla fila destra occupati da una coppia di coniugi piuttosto adulti e di fronte a loro un ragazzo probabilmente poco più grande di me. Penso di essere stata fortunata fino ad ora ma dopo un po' arriva il primo compagno di viaggio.
Un ragazzo ben vestito (per i gusti di mia sorella, a me non piace quello stile) che sta viaggiando per lavoro e che ha un accento terribile.
Fa amicizia con i coniugi accanto parlando delle solite cose: degli immigrati che ci rubano il lavoro, dei politici che sono tutti schiavi del potere e discorsi affini.

Siamo in viaggio da poco ma ho già capito tutto di tutti:
-la signora della coppia mi fa antipatia, è una di quelle che sparla un sacco di tutti;
-suo marito non pervenuto, infatti dormirà per tutto il tempo lanciando qualche frase di circostanza ogni tanto;
-il ragazzo di fronte a loro è un medico della mia Provincia, entrato da poco nel mondo del lavoro. Mi sembra un bravo ragazzo, non partecipa ai cori razzisti e si limita a sorridere ed a rispondere lo stretto necessario;
-il ragazzo accanto a me mi sa proprio di Calabrese tipico, comunque scende prima di tutti noi e non ci siamo scambiati neanche una parola.

Ed ecco che arriva la seconda coppia. Inizialmente penso che siano anche loro marito e moglie, poi ascolto un po' e capisco che sono madre e figlio. Sono molto grandi di età entrambi, lui ha un paio di occhiali spessi e già a pelle mi fa tanta tenerezza. Avrò modo di scoprire che non è del tutto auto-sufficiente e dipende molto dalla madre ma parla un italiano perfetto.
È molto garbato, comincia chiedendomi dove vado e da dove vengo, scusandosi se è troppo indiscreto. 
Chiacchiera molto e mi si riempie il cuore perché noto che è felicissimo di avere qualcuno con cui farlo. Racconta di conoscere tante città di Italia perché ha molti famigliari ed amici qui e là ed in particolare che ama Napoli. Mi sembra una persona molto buona, molto simpatica e si accende quando mi racconta di quanto ami cantare, di quanto i suoi amici siano felici della sua compagnia e della sua passione per il calcio.
Ed in tutte queste parentesi con tanto dispiacere noto che la signora che mi sembra antipatica conferma la mia impressione facendo delle battutine tra i denti che dimostrano una insensibilità già disegnata sul suo volto.
Invece io non ci trovo niente di criticabile in quello che il signore (che si chiama A) sta dicendo o facendo.
Parlando di musica mi chiede cortesemente se posso fargli sentire una canzone molto vecchia ed io la metto su YT; ne ascolta i primi secondi e fa per ridarmi il telefono ma io gli dico gentilmente che può sentirla tutta e lui ne è molto felice. A me che è costato?Niente. E lui quanto è stato contento? Tanto.

La mia gentilezza probabilmente è apprezzata perché finisce per darmi la mano e presentarsi ufficialmente dicendomi anche che ho un bel nome. Ne ho la conferma definitiva quando mi chiede il mio cognome perché in estate vorrebbe venire nella mia città e gli farebbe piacere incontrarmi di nuovo.
Ora dovete sapere che io generalmente sono molto restia a condividere le mie informazioni personali: pensate che non lascio la mia email a nessuno, figuratevi il mio nome e cognome. Eppure A mi sembra così genuino che gli concedo questa (per me preziosissima) informazione ed anzi, gli do' anche un importante indizio che sarà inequivocabilmente fondamentale per trovare la mia famiglia di origine.
La signora acida fa una battuta anche su questo ed allora io con nonchalance semplicemente le rispondo che può venire anche lei a trovarmi, che tanto siamo vicine e che ci ritroviamo tutti lì.
Non so se non se lo aspettava o se nella mia voce c'era un tono antipatico che non volevo mai lei incassa e non sa cosa dire, si rivolge ad A e cambia discorso salutandolo calorosamente.
In realtà devo dire che non è stata indisponente per tutto il tempo e che anche lei è stata alla conversazione ma non mi ha fatto comunque simpatia.

Alle 17.30 passate siamo a Termini, ci salutiamo e A, così come  la madre che è stata altrettanto di compagnia per tutto il viaggio, mi dice che sono stata molto gentile e simpatica rinnovandomi la sua voglia di venire a trovarmi l'anno prossimo.
Scendo dal treno con la mia piccola valigia che fa tutto tranne che seguire la direzione che le sto dando, tra la folla ho già perso A e la madre ma dall'altra parte, dietro un muro di gente, vedo invece un viso famigliare; quello che mi porta a Roma ormai a cadenza regolare e che ogni volta la rende un pochino di più casa mia.

Una buona giornata, a chi non è come neve...

venerdì 30 novembre 2018

...And it's made it's home inside...

Si dovrebbe già sapere, qui sul mio blog, che io sono una di quelle persone che sogna ogni notte e poi al risveglio si ricorda tutti i particolari. E dovrei avervi detto che a volte è capitato di sognare numeri di telefono che sono riuscita anche ad annotarmi una volta desta (e si, grazie alla magia di WhatsApp uno di questi ho scoperto essere davvero esistente (e poi, grazie alla magia di Internet sono anche risalita al proprietario)). Ma questa è un'altra storia.
Perché molto più spesso faccio incubi la cui trama è più o meno ricorrente. Ed accanto ai veri e propri incubi (di quelli che ti fanno svegliare sudata, con la pelle che brucia ed il cuore a mille) ci sono anche i brutti sogni, quelli che non ti fanno proprio paura però ti lasciano un bel po' di fastidio addosso.

È di uno di questi che voglio parlarvi adesso.
Ormai non conto più le volte in cui l'ho fatto: i contorni tutti intorno non sono importanti, perché cambiano più o meno sempre ma a rimanere uguale è un dettaglio preciso. Sogno spesso, infatti, di avere dentro in bocca qualcosa di pastoso che non mi permette di parlare bene.
Non è che non riesca proprio ad aprire la bocca ma mi viene difficile scandire le parole e soprattutto, la cosa che mi da più fastidio, è la sensazione quasi fisica che provo nell'avere questa sostanza che mi riempie tutto il palato.
Non so identificare che cosa sia, è come un chewingum ma un po' più duro; non so dirvi di che colore sia e come ci finisca nella mia bocca, non lo vedo mai. Quello che vedo sempre è che non riesco a guardarmi allo specchio per scoprire di cosa si tratti, me lo chiedo anche nel sogno, però provo a toglierla e questa cosa un po' si sfiletta e mentre la tiro sento proprio che si stacca dal mio palato e però più la tolgo più sembra che non finisca mai. Alla fine mi sveglio ma senza aver adempiuto al mio scopo, quello di liberarmi finalmente di tutto.

Le prime volte che ho fatto questo sogno ero parecchio infastidita dal senso di disgusto che mi assaliva perché, come detto, era come se, durante il sonno, sentissi proprio davvero la bocca impastata e bloccata. Poi con il tempo ci ho fatto l'abitudine perché sognarlo a cadenza regolare un po' ti assuefa.
Ho cercato su Internet per curiosità ed ho scoperto essere un sogno che ricorre comunemente tra le persone. Dicono anche che sia una manifestazione del dormiente dell'incapacità di comunicare bene con l'esterno. E per quanto io sia una scettica per natura sono abbastanza affascinata dal mondo onirico e dai suoi potenziali significati.
Che io non sia una grande comunicatrice ormai si sa, soprattutto per chi mi conosce nella vita reale. Non perché non abbia cose da dire e non perché non troverei le parole adatte per farlo, nel caso.
È solo per mia natura, forse mischiata ad un po' di timidezza e ad un po' di riservatezza. Delle volte, dopo aver fatto questo sogno, mi sono detta "è vero, volevo dire quella cosa in più e non ci sono riuscita"; altre volte, invece, almeno consciamente ho deciso che no, il sogno non stava rispecchiando il mio stato d'animo del momento.
E non ho utilizzato una parola a caso nella riga precedente perché, andando oltre con le ricerche, ho trovato una domanda precisa di una signora che diceva esattamente di sentirsi invece schietta e portata alla comunicazione e l'esperto le chiedeva di valutare se ciò fosse vero anche nell'inconscio.

Per quanto io sia molto introspettiva non mi va e non mi è mai andato, per ora, di scavare per vedere se fosse davvero così fino in fondo. Forse anche perché alla fine mi basta quello che dico e quello che non dico. Ed almeno da sveglia la mia bocca è libera di esternare quello che sento e che preferisco.
Magari prima o poi mi sveglierò felice finalmente di aver tolto questa maledetta sostanza appiccicaticcia dai miei sogni. O magari quella sarà più testarda di me e mi costringerà a fare un giretto nel mio io più intimo. Ed allora mi perderò sicuro, che io ho un senso dell'orientamento pari a zero, peggio di quello solo la mia ignoranza in geografia.
Ma mica posso essere perfetta in tutto, no? L'importante è andarci vicino.

Una buona giornata, a chi non è come neve...