giovedì 16 gennaio 2020

...is coming to town...

So che il Natale è finito da un po' di tempo però questo ve lo voglio raccontare.
La mia famiglia è parecchio numerosa come ben sapete, ed a volte è difficile mettere d'accordo un bel po' di testoline che la pensano spesso in modo diverso. Eppure quando si tratta di ridere e divertirsi tutti si uniscono all'unisono. Ed è così che questo Natale li ho convinti a partecipare alla pesca del Babbo Natale segreto. 
Ho recuperato un cappello natalizio -solo per fare scena, ammetto- ed ho inserito dei bigliettini con scritto in ognuno di essi il nostro nome. Lo scopo del gioco (che gioco forse non può essere definito) è quello di pescare un nome che corrisponderà, quindi, alla persona cui dovremo fare, di nascosto appunto, il nostro regalo. Insomma, un espediente (consigliato per i gruppi numerosi) grazie al quale tutti ricevono un pensierino e, di contro, ognuno si dovrà occupare di un solo dono.
Ora.
Le regole, come avete appena letto, sono abbastanza semplici. C'è solo un problema.
Alla mia famiglia sfugge il concetto di "segreto".
No, ragazzi, dico davvero.

Pesca n°1.
Distribuisco i bigliettini, non ho ancora terminato il giro e già le mie sorelle si sono spifferate i rispettivi nomi. Cerco di essere paziente ma una persona, proprio alla fine del giro, ha pescato il proprio nome quindi è tutto da rifare. Per la cronaca io ero capitata a mia sorella che, a sua volta, era capitata a me. Sarebbe stato dolcissimo, se non avessero imbrogliato.

Pesca n°2.
I miei due nipotini all'ultimo decidono di partecipare anche loro, quindi bisogna aggiungere i rispettivi nomi. Ripeschiamo, cerco di incutere terrore per fare in modo che almeno stavolta il segreto rimanga tale e sembra funzionare.
Per i primi 10 minuti.
Niente, missione fallita! Tutti sanno di nuovo tutto. Ma va beh, è stata una vittoria già che tutti abbiano partecipato senza lamentarsi quindi va bene così. E poi la bellezza è sapere che ci faremo dei pensierini l'un l'altro.

Partiamo all'avventura. A me è capitato il maggiore dei miei nipotini, io sono capitata a mia sorella maggiore. La mia scelta è super semplice, perché so già cosa vuole.
Ma resta comunque un problema. Nonostante tutti riceveranno comunque qualcosa decidiamo, noi zie, di fare in ogni caso un regalo a parte ed in più ai nostri bambini. Quindi l'idea di provare a risparmiare fallisce miseramente.
Insomma, per farla breve la mia lista di regali da fare si è allungata ed alla fine ha compreso:
La felpa che desiderava Sasi, il nome che avevo pescato;
Un pacco pieno di prodotti tipici Calabresi per mia cognata che ama il vino, tra le altre cose, e se ne intende;
I biglietti di Maranello per il Rrrrromano, ché abbiamo imparato a condividere la passione per la Formula Uno (per sua sfortuna, ma ve lo racconterò in un altro post il perché, magari);
Una camicia per il mio migliore amico. Dalla fantasia discutibile perché lui le indossa così, voglio dirlo;
Un giochino per creare le bolle profumate con cui rilassarsi nella vasca da bagno per LuciMi la vanitosetta;
Uno smartwatch per Pastrocchio che ormai è grande e tecnologico;
Il box per Fagiolina che tra poco dovrebbe cominciare a gattonare;
Un buono Amazon per papà che ormai acquista sulla piattaforma come se non ci fosse un domani;
Coordinato collana e bracciale per mamma con degli angioletti protagonisti, perché le piacciono tanto.

E lo so che sembra una frase banale, però devo ammettere che fare tutti questi regali, anche se dispendioso, mi ha dato anche tanta gioia.
Ed infatti il momento dello scambio è stato fantastico: un sacco di caos, buste e carta volante ovunque, cori di "woooow, che bellooooo, grazieeee!" e di "e questo di chi è? Ma questo chi lo ha fatto? Da chi lo hai ricevuto?". La soddisfazione di vedere tutti felici e poi quella di sentirsi confermato il detto per cui più dai e più ricevi perché alla fine, di regali da scartare, ne ho avuti tanti anche io.

Ma non è quella la cosa più bella ed importante che ho ricevuto.
Ho ricevuto gli abbracci dei bambini, lo stupore dei miei genitori che non si aspettavano di ricevere anche loro un regalino da noi figlie, l'affetto del mio migliore amico, l'allegria delle mie sorelle.
Forse uno dei Natali più pieni e belli della mia vita.

E però non ho capito perché ma alla fine della notte una delle mie sorelle ha esclamato "si ma io l'anno prossimo non pesco più, mi chiamo fuori!".

Una buona giornata, a chi non è come neve...

lunedì 6 gennaio 2020

L'inventore dello specchio

Quello che si è appena concluso è stato un anno difficile per certi aspetti ma, soprattutto, inaspettato per molti altri.
Sono successe tante cose che non credevo assolutamente possibili e non ne sono successe altre che speravo lo fossero. Se all'inizio del 2019 mi avessero predetto quello che avrei vissuto da lì a qualche mese avrei risposto con certezza "no, questa non potrà mai essere la mia storia", ed invece...
Che la vita è esattamente così; la pianifichi ma alla fine ti ritrovi sempre e comunque ad oscillare tra un "se solo fosse stato" e l'altro.

Ho fatto un sacco di passi, avanti od indietro -questo non lo so-, che non mi aspettavo da me stessa e la cosa terribile -in positivo o negativo, non so nemmeno questo, ancora- è che probabilmente se tornassi indietro ripercorrerei comunque quelle stesse strade. 
Ho iniziato il primo lavoro che si sarebbe potuto trasformare in qualcosa di definitivo in un'altra città ma non ho avuto il coraggio di dire si. L'ho concluso ed ho fatto ritorno a casa mia, dov'è capitata un'altra occasione alla quale, invece, non ho avuto il coraggio di dire no.
Ho stravolto la mia vita un certo numero di volte nell'arco di pochi mesi, anche quando questo è avvenuto in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse, forse senza che lo vedessi io stessa.
Ho cercato una parvenza di equilibrio e poi ho fatto di tutto per scuoterlo e scuotermi.
Ed è in mezzo ad una tempesta che ho salutato il vecchio anno, dando il benvenuto a quello nuovo.

E lo so che a molti non piace farlo ma l'entusiasmo in questi momenti è sempre troppo per non fare una lista di buoni, nuovi, propositi. Io ho due liste diverse che contengono cose diverse e che sono scritte in lingue diverse. Mi sono ripromessa di fare in modo di non abbandonare mai più il mio blog, anche se non è stato facile, in questo periodo, trovare voglia e tempo di rimettermi davanti a queste righe. Ho spesso affidato le mie parole a dei post-it inseriti nel mio libro di Tiziano, come se scrivere così esplicitamente alcuni pensieri potesse renderli più reali eppure quelle cose erano già davvero in carne ed ossa nella mia vita.
Mi sono ripromessa di fare in modo di non sentirmi mai più al momento sbagliato, nel posto sbaglio ma ho capito già da un po' che queste cose non sono assolutamente programmabili, evitabili o controllabili.  Ho però pensato che esistono degli espedienti per rendere quei periodi più sopportabili: piccole coccole da concedersi ogni tanto senza grandi pretese.
Piccoli doni regalati allo specchio per ricordarci che qualsiasi cosa accada, qualsiasi svolta prenda la nostra vita, o decidiamo di darle noi, ci siamo sempre, siamo sempre noi; un piccolo universo imprevedibile, pronto a regalare o regalarsi cose belle o terribili.
Che se siamo i peggiori nemici di noi stessi possiamo anche diventare i nostri migliori amici.
Non mi va, almeno per ora, di pubblicare le due liste di cui sopra. Un po' perché ne sono gelosa, un po' perché sarei delusa se non riuscissi a raggiungere quello che ho programmato. Piuttosto, sarà più bello scrivere di volta in volta di piccole vittorie conquistate con l'istinto, non necessariamente con una pianificazione dettagliata a precisa.

Quindi ci troviamo sempre qui, spero davvero con più costanza esattamente come una volta, ma comunque sempre qui.

Un buon anno nuovo a chi è passato di qui aspettando una risposta che ancora non è arrivata, un buon anno nuovo a chi ripasserà sempre e comunque.
Un buon anno nuovo a chi non è come neve...

giovedì 12 dicembre 2019

I miei occhi chiusi

Quanto fa male guardarsi allo specchio e non riconoscersi nel proprio riflesso?
Quanto costa scoprire che quello che siamo non è quello che vorremmo essere?
Me lo sono chiesta esattamente qualche giorno fa e non a caso.
Non mi sono risposta, perché in realtà le risposte le conosciamo già, ma ci ho riflettuto distrattamente a lungo lo stesso.
Cercherò di farla semplice, perché quello cui ho pensato semplice non è.

Pensavo di essere in grado di fare una cosa. Una cosa per me. E il fatto di essere in grado di farla avrebbe comportato necessariamente anche il fatto che io fossi in un certo modo. E che questo modo fosse il modo in cui io mi vedevo. In cui io volevo che gli altri mi vedessero. Il modo in cui io avrei voluto essere.
Ho fatto dei passi per muovermi verso questa direzione, convinta di essere pronta, poi quando l'occasione si è presentata davanti a me non ho avuto il coraggio di fare quello decisivo. E quindi, il fatto di non essere stata in grado di agire ha comportato necessariamente la presa di consapevolezza che non sono quella che credevo. Non sono come mi vedevo.
Questa scoperta, devo ammetterlo, mi ha resa triste e non ho fatto nulla per evitare che questa tristezza si trasformasse in goccioline salate sulle mie guance.
Poi, quando ho smesso, ho cominciato a farmi delle domande. Diverse da quelle due iniziali.

Perché ho fissato di me una immagine che non mi rispecchia? Perché desidero a tutti i costi essere quella che per ora non sembro essere? Perché vorrei avere a tutti i costi il coraggio di fare una cosa quando, a rigor di logica, una cosa "giusta" per noi non dovrebbe causarci tutta questa tristezza ma venire semplicemente naturale?

A questi interrogativi non ho dato alcuna risposta e probabilmente per un po' non ci riuscirò. Forse ha tutto a che fare con i sogni. Forse ho semplicemente ambizioni troppo grandi per me, almeno per la me di adesso, che non riesco a seguire. O forse al contrario, queste ambizioni non sono abbastanza grandi da spingermi ancora oltre. Ancora ed ancora.
Ho letto spesso che tutto quello che vogliamo è dall'altra parte della paura. Forse semplicemente quello che voglio è più piccolo della mia paura o, ancora, forse quello che voglio non è quello che voglio davvero.

"Forse l'ho persa io in quei giorni confusi
la chiave per aprire..."

Una buona serata, a chi non è come neve...

venerdì 15 novembre 2019

E con questa sono due

Io a sta cosa che ognuno ha la propria strada scritta dentro ci credo davvero. Ci credo a modo mio ma ci credo. Mi dico che tutto accade per una ragione e ci credo davvero. Mi dico che nulla è casuale e ci credo davvero. Mi dico che alla fine forse non esistono scelte sbagliate, perché anche quelle che lo sembrano qualcosa di buono possono lasciarcelo, e ci credo davvero.

Solo che a volte è abbastanza difficile comprendere qual è la motivazione dietro ogni cosa e qual è la strada da seguire -o da lasciare.

Ho letto una frase bellissima, mi è piaciuta tanto perché rispecchia quello a cui penso e che mi affascina da sempre: il mondo è pieno di storie che in realtà sono una storia sola.
O qualcosa del genere.

Il senso è, o dovrebbe essere, abbastanza chiaro.
Il nostro destino è inevitabilmente legato al destino di molti altri ed in qualche modo questi destini si cambiano, foss’anche un solo attimo per volta, a vicenda.
Tutte le persone che incontriamo, io penso, anche solo per qualche giorno, per qualche minuto, hanno il potere di cambiarci potenzialmente la vita intera.

Si inizia piano, piano, sia chiaro, non è che la nostra esistenza viene stravolta ogni giorno completamente dal primo che passa. O dal secondo. Ma piano, piano, un evento ne influenza un altro e, sempre piano, piano, il nostro destino cambia così inevitabilmente.
Magari, semplicemente, chiediamo una informazione per strada alla persona sbagliata che ci fa perdere tempo, arriviamo in ritardo alla stazione, perdiamo il treno, perdiamo l’occasione di fare quel colloquio che intanto è stato sostenuto da qualcuno di più brillante arrivato al momento giusto ed un pezzo della nostra vita presente, e quindi futura, sarà cambiata. E l’avrà influenzata lo sconosciuto sbagliato a cui abbiamo chiesto l’informazione per strada.
Che va bene, si, la sto facendo forse più drammatica del dovuto però il senso lo avete compreso, no?
E non è così sbagliato come concetto, no?

È che ultimamente scrivo poco ma penso tanto. E mi sono resa conto che penso ad un tema ricorrente, che è quello della casualità e del destino, appunto.
Non faccio altro che ripetermi la stessa cosa, che poi è quello che ho scritto in questo post. Ed in molti di quelli precedenti, a ben guardare.
Non è che stia cercando di auto-convincermi. È che sono più che mai, ora, affascinata da questa idea dei mille pezzi di puzzle degli altri che si incastrano ai nostri.
Forse perché negli ultimi tempi, grazie al lavoro, la mia strada ha incrociato quella di tante persone diverse, a volte per percorsi abbastanza lunghi, altre per pezzi irrisori. Quindi più di una volta mi sono trovata a chiedermi, come ha fatto Tiziano, cosa gli altri di me hanno preso ed a me di loro cos’è rimasto.
Le risposte che mi sono data sono state a tratti soddisfacenti, a tratti tristi, a tratti tali da regalarmi un bel sorriso, una bella consolazione.
Perché è proprio vero che, alla fin, fine, nella vita non si perde davvero mai. Si impara e basta.

Io a volte mi sono divertita di più a non imparare mai, altre non ho potuto fare a meno. Altre ancora non ci ho nemmeno pensato ed ho lasciato che tutto si fondesse, si accartocciasse su sé stesso e sfumasse gradualmente fino a sparire per sempre. Per poi magari ricomparire furiosamente quando meno me lo aspettavo, ma questa è un’altra storia. È quasi sempre un’altra storia.

Però sono viva, piena di sbagli e di cose giuste, ma sono viva. E questa è la cosa più importante. La sensazione più importante.

Buona giornata, a chi non è come neve...

mercoledì 6 novembre 2019

Di un libro nuovo

Qualche domenica fa ho fatto una cosa stupenda che non facevo da tempo. Ho letto. Ho letto un libro tutto d’un fiato. E mi è piaciuto. Mi è piaciuto averlo letto e quello che ho letto. E quello che ho letto, tra l’altro, piacerebbe (e piace) anche a Franco, per dire.
In una di quelle pagine si parlava della paura. E del vetro.
Che forse vi starate chiedendo cosa c’entrano l’una con l’altro ma fidatevi, c’è del genio in questo binomio. Un genio che avrei voluto avere io, ma questa è sempre un’altra storia.
Comunque, molto semplicemente.

Se tu hai paura, se tu hai una paura, inconsciamente (in realtà nemmeno tanto) stai rinunciando a qualcosa. Alla cosa di cui hai paura, appunto. E se tu hai paura, se tu hai una paura, quella cosa cerchi di evitarla in tutti i modi. La tieni lontana, forse fingi di disprezzarla, addirittura.
E però c’è il fatto che siamo esseri umani ed in quanto tali spesso siamo attirati, un po’ per autolesionismo, un po’ senza un altro motivo abbastanza affascinante dall’essere scritto dalla sottoscritta, dalle cose che non vogliamo o che non vogliamo volere.
È lo stesso concetto per cui vogliamo -o non vogliamo volerlo- guardare gli horror, gli splatter; lo stesso concetto per cui, quando c’è un incidente per strada, siamo spaventati, speriamo che nessuno si sia fatto male ma una piccola parte di noi, nascosta bene, bene, ci costringe a cercare una eventuale macchia di sangue, un corpo sull’asfalto. Non è che vogliamo davvero vederlo, non desideriamo che qualcuno ci sia davvero, sull’asfalto, ma perché allora ci giriamo in quella direzione?
E proprio qui entra in gioco il vetro, quello che in teoria non dovrebbe c’entrare nulla con la paura.

Perché se tu hai paura, se tu hai una paura, inconsciamente stai rinunciando a qualcosa, la stai allontanando. Ma se tu potessi mettere un vetro tra te e la cosa di cui hai paura, la potresti osservare (perché, in nome di quell’autolesionismo e di quel motivo non abbastanza affascinante dall’essere scritto dalla sottoscritta, ti verrebbe la voglia di guardare lo stesso) senza però rischiare nulla, con calma, dedicandoti ad ogni suo piccolo particolare.
Lo stesso concetto che ci spinge (non a me, che non approvo questo genere di costrizione) allo zoo a vedere i leoni; ne abbiamo tutti paura ma che importa se tra noi e loro c’è un vetro? Guardiamo, ci siamo così vicini, per un po’ forse riusciamo anche a metterla da parte, la nostra paura…ma la verità, la triste verità, quella che rovina un po’ la magia che mi ero creata, è che quando il vetro scompare la nostra paura rimane, invece, là dov’era. Esattamente là dov’era.

E poi, la scorsa mattina, ho tagliato corto decidendo che la paura non esiste. Non solo perché mi fido di Tiziano. Non esiste la paura, esiste solo la disabitudine.
Non è che avessi paura di vivere in una città nuova, grande, piena di persone e di strade da sbagliare e di mezzi da aspettare; ero solo non abituata a vivere questo tipo di realtà.
Non è che avessi paura di perdermi, è che non ero abituata a lasciare che accadesse.
E tutte le -non- paure che ancora ho sono solo abitudini che non mi sono decisa a fare mie, almeno per ora.
Che questo è un pensiero che mi solleva, mi alleggerisce, ma non troppo ché un po’ di disabitudine a metterti dei confini un po’ serve, eh. Mica poi c’è bisogno di andare a conquistare il mondo.

O si?

Una buona giornata, a chi non è come neve…

lunedì 30 settembre 2019

...But I'm sure that wasn't all...

C'era una ragazza bellissima sul treno.
Era bellissima la sua espressione.
Era triste. Disarmante. La sua tristezza era disarmante.

L'ho fissata a lungo, guardando il suo viso riflesso sul finestrino della porta.
Gli angoli della bocca piegati in giù, le cuffie fisse alle orecchie.
L'aria di chi non ha un vero motivo per essere triste ma lo è e basta.
Ho guardato i suoi occhi, tristi anche quelli ma non da persona triste, ricoperti di quel velo trasparente di voglia di piangere mista alla forza per non farlo.

Aveva l'espressione, si. L'espressione.
Di chi in un altro momento sarebbe voluto essere ovunque meno che in quel posto ma che in quel momento era al posto giusto.
Di chi sta facendo un gran casino con la propria vita eppure non riesce a smettere, non riesce a rimettersi sulla propria strada. O non vuole.
Di chi sta perfettamente in equilibrio ma proprio per questo sente di star precipitando giù.
Di chi ha appena ricevuto un pugno nello stomaco, uno di quelli che ti dà una sensazione terribile di caldo e freddo, di brivido, proprio là, piantato in un posto dentro che non sai nemmeno tu.
Di chi si sta chiedendo da dove venga quella tristezza. Se da un posto sconosciuto, lontano, dall'altra parte del mondo o se invece è sempre stata là, proprio dietro l'angolo, proprio in quella strada che ogni mattina i suoi piedi percorrono a memoria.

Si guardava riflessa anche lei, con l'aria di chi sta dicendo nella propria mente "questa tristezza oggi addosso mi sta proprio bene".
Chissà se si era vestita così, stamattina. Se era uscita di casa con una giacca in mano e con quella piega malinconica sul volto. O se ieri sera ha aperto l'armadio e si è detta "uhm, si, domani metto il mio pantalone preferito ed anche un po' di tristezza addosso" ed ha poggiato il primo sulla sedia e la seconda accanto al cuscino, per non scordarsene al risveglio.
Si guardava riflessa anche lei, con l'aria di chi sta pensando "io da qui me ne voglio andare" ma con ficcata dentro la voglia di restare e la domanda "perché?".
Non si è concessa tregua per tutto il tragitto. Non ha dato tregua alla sua espressione tremendamente bella nemmeno quando incontrava occhi distratti.
Ed invece di fuggire gli sguardi dei passanti per non rischiare di essere derubata della propria magia -perché c'era del magico nella sua tristezza- li sfidava tutti, uno ad uno, tuffandosi nella loro distrazione, nella loro noncuranza.

Si tuffava dentro le loro vite per un tempo brevissimo lasciando che loro si tuffassero nella sua, giusto il tempo di rimanere quasi senza fiato e tornare su a riprenderlo.
Si tuffava dentro le loro vite tenendosi stretta la propria.

Quell'espressione bellissima l'avrei voluta avere su di me, nascosta tra i miei capelli lunghi e mossi, sulla mia pelle bianca, sui miei occhi accesi, tra le mie mani, le mie dita, le mie labbra.
Invece l'ho lasciata a lei. Nascosta tra i suoi capelli lunghi e mossi, sulla sua pelle bianca, sui suoi occhi accesi, tra le sue mani, le sue dita, le sue labbra.
Avremmo potuto scambiarcele per un attimo, ed invece.

Invece siamo scese dal treno, lei con la sua bellissima espressione ed io con la mia.

Una buona giornata, a chi non è come neve...

domenica 15 settembre 2019

Ma non sono com'ero

Nel 2011 stavo per compiere 18 anni. Ed ero a due passi dal blog, se volessimo misurare ciascun passo con un anno.
"18 anni" per tutti è stato sinonimo di diverse cose ben specifiche: diploma di maturità, patente, lavoro, diritto di voto, università. In una parola sola: adulto.
In realtà per me, tutto questo, è stato vero solo in piccolissima parte, dal momento che ho compiuto gli anni a Novembre ed alcune di queste cose ho dovuto rimandarle all'anno nuovo.

Nel 2011, però, stava succedendo già qualcosa dentro di me, ben più significativo di un numero sulla carta d'identità. E questo è paradossale.
Perché voltandomi indietro vedevo dei passi che avevo compiuto da poco che servivano a costruire qualcosa, mentre guardandomi in avanti mi vedevo distruggere, ribellandomi a qualcosa che avevo lasciato quasi scrivessero concretamente per me.

Non so ben spiegare quel momento preciso della mia vita. Sentivo che qualcosa stava cambiando e che stava crescendo in me quel desiderio di fare la cosa sbagliata solo perché mi andava di farla, per la prima volta nella mia vita.
Ho quindi ceduto, perché con il passare degli anni ho capito che sempre meno sono in grado di contenere i miei sfoghi, particolarmente quando questi riguardano la rabbia o il mio pungiglione velenoso.

Quindi ho fatto quello che desideravo fare e per un certo periodo non mi sono neanche sentita in colpa, perché da un lato pensavo che fosse una giusta strada: volevo stare bene ed in quel modo credevo di riuscirci; dall'altro pensavo che mi fosse anche dovuto, una specie di rivalsa sulle cose che avevo dovuto sopportate. Che avevo voluto sopportare.
Solo in un secondo momento sono arrivati i sensi di colpa. E la paura ed un po' la vergogna.
Perché all'improvviso le persone su cui avevo fatto affidamento erano diventate i miei peggiori nemici. Ed io mi ero sentita così sola, così piccola, così stupida, così sbagliata.
Cercavo in tutti i modi qualcosa che potesse farmi tornare indietro ma il passato non si cancella e non si può men che meno riscrivere. Sono allora tornata a fare la cosa giusta, consapevole però che dentro di me qualcosa si era rotto e che non si sarebbe mai più potuto aggiustare.
Dicono che le cose fatte devono essere guardate sempre all'indietro ed io, facendolo, adesso capisco che non si era rotto niente; avevo solo finalmente liberato quello che mi sarebbe servito per il passo successivo.

Il 2011 è stato l'anno in cui ho cominciato a perdere molte delle mie "amicizie". Quelle che mi sono resa conto sarebbero state solo un numero in più, qualcosa di non sincero.
In realtà ci sarebbe voluto ancora più o meno qualche anno per perderle per sempre, però quello è stato il primo momento in cui davvero ho deciso chi mi sarei portata ancora nella vita e chi avrei abbandonato per strada. Sono passati otto anni (davvero?!così tanti?!) e non mi sono pentita di aver piantato quei semini perché tanto tempo dopo ho raccolto dei frutti sani, belli e giusti.
Quando mi guardo indietro a quel momento non sento più rabbia, risentimento. Non penso a cose del tipo "se solo avessi....se solo non avessi", penso solo che certe cose devono accadere e che c'è sempre una ragione, anche se potremmo arrivarci anche dopo tanti anni, a volte.

Ogni tanto rifletto solo sul fatto che è proprio strano il modo in cui sono arrivata ad ora. Se per esempio non avessi avuto certe paure probabilmente non avrei tagliato i ponti con le persone di cui sopra e sicuramente la mia vita sarebbe migliorata sensibilmente (e non per la presenza di queste fantomatiche amiche, solo per l'abbattimento di quel limite che è la paura) però d'altro canto, come ho ribadito, sarei stata circondata da molti visi assolutamente non sinceri. E quindi penso sia stato un buon prezzo da pagare.

Per combattere quelle stesse paure alla fine c'è sempre tempo, no?



Una buona giornata, a chi non è come neve...