martedì 11 agosto 2026

Mare quando mi incendio

Bisogna essere delle formichine della felicità.
Raggranellare qualsiasi briciolina, una ad una, e farne scorta finché non ce ne sarà abbastanza.
Salvo rendersi conto che abbastanza non sarà mai.

L'estate si sta trascinando stanca un giorno dietro l'altro, portandosi appresso un caldo crescente e, soprattutto, un livello di umidità insopportabile.
Peró, appunto, siamo formichine e di granelli di felicità siamo circondati.

Il concerto di Tiziano, che è stato l'evento più atteso dalla sottoscritta dal suo annuncio. Biglietti comprati quando mi scoppiava il cuore dal dolore e della tristezza e poi, invece, il grande giorno è arrivato ed il cuore mi scoppiava finalmente per i motivi proprio opposti.
Le gite fuori porta con la mia famiglia numerosa e rumorosa: panini mangiati scomposti ad un tavolino improvvisato, foto sempre mosse, partenze programmate all'una di notte per la mattina dopo.
La sottilissima linea bianca che separa, sulla mia pelle, l'estate dall'inverno. Anche quando questa separazione ha più l'aspetto di una bruciatura.
Il cinema fuori programma e le mani profumate di burro fuso.
I capelli ed i vestitini attaccati alla pelle dopo una corsa con Niní sotto un acquazzone inatteso, piegate in due dal ridere.
Stonare tutte e tre a squarciagola in macchina la nostra playlist preferita. Ballarla a casa a piedi scalzi con le luci soffuse.
Entrare in camera da letto quando l'aria condizionata è accesa da un po' ed addosso ho ancora il sapore del mare.

Smetterla di pensare a tutto quel che non sei.
Ringraziare per ciò che sai non diventerai mai.
Sorridersi per la persona che, anche a fatica, hai scelto di essere.

Buona estate, a chi non è come neve...

mercoledì 24 giugno 2026

Per vedere se vieni con me

Se dovessi scegliere quale dei miei superpoteri è il mio preferito, direi sicuramente l'incapacità di ritenere impossibili le cose belle.
Quindi nonostante le cadute - quasi mai in piedi - resto sempre quella che, tra gli amici, traina l'ottimismo.
Non è vero che se ti hanno fatto soffrire, allora tutti sono cattivi. E se qualcuno ti ha deluso, non è detto che non esista al mondo chi invece può valere la tua fiducia.
Non ce lo vedo proprio l'universo in combutta contro i cuori buoni, mi spiace.

E siccome io e l'universo abbiamo un conto in sospeso, ho deciso di allinearmi io a lui e di evitare di lamentarmi del caldo atroce di questa estate. Non che mi sia trasformata magicamente in un'amante della stagione ma sto sopportando meglio di altri anni lo stare all'aria aperta, anzi.
Forse sto imparando ad apprezzarlo senza concentrarmi solo ed esclusivamente sul sole che, a prescindere dal mio consenso (e dalla quantità immane di crema protettiva usata), ha già iniziato l'opera di rosolatura della mia pelle bianco latte.
O, se non altro, sto imparando a far risuonare più forte la bellezza collaterale: il cielo stellato che è più facile ammirare senza il freddo che ti sferza l'anima; l'acqua trasparente del mare; le cene fino a tardi all'aria aperta.

Le giornate in cui mi guardo allo specchio e mi riconosco bella per come sono, son sempre più numerose.
Avevo perso il piacere di star nella mia pelle, di sistemarmi i difetti e di curarmi le imperfezioni. Non so proprio dove fossi andata a finire ma son tornata a prendermi ed ho cominciato a portarmi in giro per mano come si fa con i bambini a cui vogliamo bene.
Lo vedi che bello l'amore che mamma ci ha messo nel curare il suo piccolo giardino? Lo senti quanto è piacevole camminare a piedi nudi su un pavimento di marmo?

Avevi paura di tutto senza che ti avesse fatto niente.
Solo perché qualcuno era riuscito a convincerti che fosse impossibile vivere dentro ed accanto al tuo corpo.

E d'altronde l'impossibile non è mai stato affare per cuori tiepidi.

Buon sole, a chi non è come neve... 

sabato 23 maggio 2026

Dentro l'incanto

Di preciso dove sia andato a finire Maggio non lo so.
Ma questo è sempre un aspetto positivo perché è un po' sinonimo del fatto che ho avuto così tante cose da fare da non accorgermene nemmeno.
Ho comprato tanti fiori ed ho riempito di tantissimi baci le mie nipotine.
Ho guardato le stelle ed il cielo ogni sera ed ho sorriso almeno una volta al giorno in ufficio.
Ho letto un libro dietro l'altro ed ho passato un sabato mattina a dormire fino a tardi come non mi capitava forse da un anno ormai.

E poi siamo entrati nel periodo lavorativo che preferisco di più, quello dei dichiarativi.
Che mi ha dato un altro piccolo segno di come la vita si trasformi in continuazione: non era solo l'altro ieri che cullavo mio nipote cantandogli la ninna nanna? Com'è che già quest'anno invece gli sto per redigere la sua prima dichiarazione dei redditi?

Passo in rassegna, uno alla volta, i fotogrammi di questo grande album che chiamiamo esistenza e mi rendo conto che bisogna avere delle radici belle forti per non volar via alla prima raffica di vento.
Io le mie le ho sempre curate, anche quando a volte mi son sembrate ingombranti.
Mi son spesso chiesta "come sarebbe stato se" ed ogni volta ho avuto un moto di gratitudine perché, ciò che avrei potuto avere, con il senno di poi, non mi è apparso più né confortevole, né adatto.
Quanto futuro infelice ho scansato al modico prezzo di una delusione presente!
Ho la curiosità di scoprire se mai pima o poi realizzerò il sogno di avere uno gnomo che mi chiami "mamma" da condividere con un uomo che si porti insieme a me le fatiche, le gioie, le scocciature ed i desideri, ma sento lo stesso di non avere proprio fretta.
Bisogna essere bravi ad ascoltarsi ed a guarirsi; al ributtarsi senza tregua nella mischia come cura non c'ho mai creduto.

Allora intanto passeggio per le strade di questo universo fiduciosa del fatto che prima o poi la meta giusta mi apparirà all'orizzonte.
In fondo, le orme che ho lasciato non sono poi così male, ed a cancellare quelle che non mi appartengono ci pensa il mare.

A chi non è come neve... 

venerdì 1 maggio 2026

Ferite viste solo dai maghi

Le ultime settimane di Aprile sono state un mix di sentimenti, tutti contrastanti tra loro. Mi hanno ricordato un po' le caramelle che da piccoli scommetto facevano impazzire tutti: quelle che mettevi in bocca e cominciavano a scoppiettare sulla lingua e sul palato, come per magia.

È tornato un po' del dolore dei mesi scorsi. Che io ho sempre immaginato come uno tsunami, un'onda che si ritira e poi s'abbatte addosso quando meno te lo aspetti; invece adesso ho capito che è più una bollicina sulla pelle. 
Di quelle che per giorni senti solo a malapena passandoci sopra il dito e poi una mattina decide di esplodere e di farti male. 
E sai già che la cicatrice ti rimarrà.

La mia bollicina m'è scoppiata senza preavviso nel cuore di una notte qualunque. Mi son svegliata con un nodo al cuore richiamato dal nulla, se non dal ricordo che c'è chi ha già sostituito la mia pelle con quella di chissà chi. 
Una sensazione di malessere che mi ha accompagnata silenziosa tutto il giorno e che poi s'è lasciata andare sottoforma di lacrime e singhiozzi seduta sul mio pavimento preferito, da sola, ginocchia a raccolta e capo chino a proteggermi.

E lo ammetto, ogni volta che piango così mi faccio una tenerezza incontrollabile.
Perché sento da dove partono quei singhiozzi, sento la necessità di farmeli passare tutti da sola senza ammorbare nessuno, sento il silenzio di una ferita che è vera e che esiste solo perché ci avevo creduto con mente, cuore e corpo.

Son passati così un paio di giorni. Forse sette, forse di più. Che differenza fa se poi ti svegli e quella stessa bollicina com'era esplosa si è rimarginata.
Sempre dal nulla, un ricordo lontano (eppure era solo ieri, perché piangevi? Perché ti importa della pelle degli altri quando tu sei dentro la tua?).

La caramella s'è sciolta, l'esplosione è finita e sulla lingua è rimasto il retrogusto della fragola.
Delle poesie e delle parole buone che mi fanno da cuscino morbido giorno e notte.
Quanto è bello sapersi commuovere per una canzone? Quanto sei fortunata ad avere certe note nelle orecchie, certi versi?
Quanto mondo c'è, diverso da tutti gli altri universi, dentro una lacrima che nasce per una voce che sa esattamente che cosa dire?

Potrò innamorarmi di nuovo solo di qualcuno che sente la vita come la sento io.

Nel frattempo, non so se e quando tornerà lo tsunami, la bollicina sopra la pelle. Forse domani, forse mai più.
Ché alla fine, se avessi già un copione scritto, che cosa vivrei a fare?

Sarebbe bello essere perfetta, cosi come mi volevi tu, ma preferisco tenermi il silenzio delle stelle che cadono e le rime baciate sotto la luna. 


A chi non è come neve... 

giovedì 23 aprile 2026

Mille secoli

Ci sono due tipi di persone.
Le persone Sole e le persone Buchi Neri.

Le persone Sole le riconosci facilmente, di solito.
Sono quelle che emettono luce da qualsiasi angolazione tu le guardi.
Sono quelle piene di ottimismo, del tipo che se hanno una lista di 200 cose da fare alla seconda sentono già il cuore leggero perché "abbiamo iniziato, stiamo per finire!".
Alimentano i propri fasci luminosi da sole: con le proprie ambizioni, con fiducia in se stesse, con amore ed empatia verso chi non sempre ce la fa.
Sono brave perché non competono con gli spettri degli altri, non hanno bisogno di intercettare le loro lunghezze d'onda, stanno bene anche quando il proprio bagliore è quasi fioco e per farsi vedere non cercano, aspettano o provocano le eclissi degli altri Sole.

Le persone Buchi Neri, invece, per vivere hanno bisogno dei Sole.
Letteralmente bisogno.
Perché senza la loro luce non riescono a far nulla.
La assorbono e la risucchiano tutta, fino all'ultima scintilla.
Ma lo fanno in modo subdolo.
Prima fingendosi clorofilla: io assorbo la tua luce, la trasformo ma ti renderò ossigeno.
Poi rivelando ciò che sono.
Perché ad un certo punto i Buchi Neri cominciano a rinfacciare le proprie conseguenze ai Sole: "perché non brilli più? Dov'è andata a finire la tua luce? Così non vai bene, forse non lo sei mai andata ed io ho cercato lo stesso di sopportarti, ti ho fatto un favore".
Eppure i Buchi Neri lo sanno che stanno recriminando esattamente l'assenza di quella stessa luce che hanno spento loro.
Ed in modo ancora più subdolo si circondano del consenso degli altri, ma con la propria versione dei fatti "vedi, questa Sole non c'ha luce, mi lascia senza, ti rendi conto di cosa devo sopportare? Non posso che cercare una Sole migliore perché questa qui non è mai stata alla mia altezza, è invivibile così", e poi affondano il colpo finale, che rivela definitivamente la propria natura di Buchi Neri "lo vedi, Sole, sei solo tu a non capire quanto sei sbagliata!".

E le persone Sole quasi ci credono.
Per un attimo un po' cedono alla tentazione di sentirsi sul serio inadeguate: "forse se fossi nata Stella...".
Perché guardandosi allo specchio, in effetti, non vedono nulla. Non vedono nessun chiarore, nemmeno se socchiudono bene, bene gli occhi e spengono tutte le altre luci.

Però le persone Sole hanno qualcosa che i Buchi Neri proprio non potranno nemmeno mai sognare o fingere di avere: un nucleo dentro se stesse in grado di trasformare anche un minimo di energia in un'esplosione accecante.
Così, ad un certo punto, la situazione cambia pur rimanendo sempre uguale.
I Buchi Neri restano Buchi Neri, e continuano da lontano la propria opera di distruzione della luce. Continuano ancora ed ancora a convincere le persone Sole che si sono eclissate e che nessuno mai potrà desiderare una compagnia così insipida.
Ma le persone Sole stavolta non cedono e non si piegano. Prendono queste parole e le ripongono esattamente al centro del proprio nucleo e le usano come miccia per far ripartire tutto quel meccanismo straordinario che è solo loro e che le riporterà ad essere ciò che meritano di essere: il centro di tutto il Sistema.

È un paradosso bellissimo: quelle stesse ferite saranno il moto per allontanare definitivamente il buio dei Buchi Neri.
E questi ultimi, le persone Sole in fondo lo sanno e lo sentono benissimo, rimarranno fermi a guardare ciò che hanno perso, rimpiangendo di essere stati così ciechi da non riconoscere ciò che l'Universo aveva fortunatamente messo lungo la propria orbita.

A chi brilla sempre senza spegnere mai la luce degli altri. 

A chi non è come neve... 

sabato 11 aprile 2026

Come le promesse che si fanno

La vita sa parlare davvero tante lingue e tanti dialetti diversi e bisogna essere proprio dei bravi interpreti per comprendere ciò che vuole insegnarci.
Io ho deciso di fidarmi totalmente dell’Universo e lui mi ha risposto con un segno che, in passato, si è sempre dimostrato una promessa nei miei confronti.
Se anche stavolta la manterrà ve ne parlerò più nel dettaglio nei prossimi tempi, ma questa piccola speranza mi è stata sufficiente per allargare un sorriso, così come ancora più grande è stato il sorriso che s’è allargato per la natura del segno in sé.

Ieri non sapeva proprio di Venerdì e stranamente è da considerarsi in un’accezione positiva: l’aria è cosparsa di profumi di fiori diversi ed è così tiepida che la spiaggia pare il posto più adatto dove assaporarla di già.
Così sembra impossibile che questa settimana stia per finire, perché c’è invece il sapore del momento giusto in cui tutto dovrebbe iniziare.
Eppure, le montagne lontane conservano ancora spolverate di bianco e non è dato quindi sapere se la Primavera sia arrivata per restare ancora un po’.
Io nel dubbio, comunque, al momento vado sbocciando come i tulipani che ho scoperto essere i miei fiori preferiti.

È proprio un delitto non sentirsi in pace col mondo in giornate così.

Mi manca la nostalgia.
Nel senso che quest’anno non la sento.
Solitamente in questo periodo puntualmente mi si annodava il cuore in un groviglio dolce-amaro di questioni lasciate in sospeso in chissà quale stanza della mia mente.
Un bagno familiare in una marea in realtà sconosciuta, perché sentivo la mancanza di qualcosa di mai accaduto, né nel passato, né nel futuro.
Invece, paradossalmente, adesso che ho perso un po’ tutto ed un po’ niente, sento un lago tranquillo sul quale, sole contro viso, rimango a galla senza sussulti.
Niente colpi al cuore per il passato, nessun tremore per il futuro.
Uno stallo che non mi pesa affatto, perché non m’appare catena, né zavorra, ma rifugio dove riprender fiato.

E poi c’è il cielo di queste serate.

Sotto le mie stelle mi si è riempito il cuore di felicità che si è moltiplicata al pensiero che son felice semplicemente per il fatto di essere qui dove sono, dentro la mia carne, tra questi nei, stretta tra le mie vene.

"…E chi ti ha toccato con le sue mani sporche non ti potrà più sfiorare perché la tua anima nobile è destinata all’Amore. 
Se piovessero dal cielo tutti i cuori del mondo, io raccoglierei il tuo soltanto."
Valore Assoluto.


Buone stelle, a chi non è come neve...

giovedì 26 marzo 2026

Questo tempo da scorpione

Il calendario dice che la primavera è ufficialmente iniziata.

Il cielo sopra la mia testa, ovviamente, non sembra particolarmente d'accordo a giorni alterni. 

Però noi ci accontentiamo lo stesso. 
Delle stelle all'orizzonte, del vago profumo di fiori, degli spicchi di luna, dei bagliori di luce che si distendono sempre di più alla fine del giorno.

All'inizio di questa settimana si è avverato uno dei miei incubi più antipatici: il mio cellulare è morto all'improvviso ed io son rimasta con un blocco nero ed inutilizzabile in mano.
E l'incubo non sta tanto nell'oggetto in sé, né nella perdita economica (che pur mi avrebbe fatto rosicare, ovvio!), quanto all'idea di aver perso specialmente le note del mio cellulare o pezzi di chat qui e là (che nei momenti di panico non ricordi mai di che cosa hai fatto il backup).
Così la prima reazione è stata abbastanza prevedibile: rabbia mista al panico misto alla tristezza.

Perché non c'è niente da fare, signori: nella vita si cresce, si smussano angoli, se ne creano altri, ma ciò che siamo dentro resta un pilastro incorruttibile. 
Ed il mio è questo. 
Il mio istinto non riesce a lasciare andare le cose. 

Ho passato in rassegna tutto ciò che potenzialmente avrei perso.
In primo luogo, la lista dei libri letti ad oggi. Lo ammetto, questa è la cosa più banale forse, ma il mio cervello si è attaccato all'idea di aver perso specificatamente la traccia del quando li ho letti. 
La seconda cosa per cui ho rosicato è stato il mio mini diario della gratitudine. Uno sforzo enorme e bellissimo per cercare ogni giorno un sorriso. 

E poi, paradossalmente, avrei perso tutte le giornate di tristezza. Tutta la rabbia accumulata tra quelle righe; il senso di abbandono lasciato alle parole; la ricerca di una guarigione attraverso un viaggio tutto da sola nei meandri del mio cuore, del mio ego. Viaggio sfociato poi, semplicemente, nella serenità di non dover più viaggiare per quelle strade. 

Ho dovuto mollare i pensieri ed aspettare che il centro assistenza mi desse riscontro e nel frattempo mi son sforzata di continuare a cercare la fonte del sorriso del giorno. 
E l'ho trovata.

Se è vero che il cellulare degli ultimi anni era diventato inaccessibile, lo è tornato ad essere quello che avevo usato ancora prima. E mi son rituffata dentro altri ricordi che erano rimasti lì, in attesa. 

Video e foto dei miei nipotini così piccoli da non sembrare nemmeno loro; fotogrammi dei tempi dell'università, della mia laurea; scorci del Colosseo. E poi citazioni collezionate per caso e per bellezza, amici persi per strada, altre delusioni dal gusto sempre diverso. 

Ed intanto la rabbia si andava attenuando nella consapevolezza che forse, in fondo, in fondo, al di là di ciò che dice l'istinto, nulla si perde realmente: solo ciò che non vogliamo più portare con noi. 

"Che serve fare come le nuvole in cielo, serve lasciare anche ciò che pesa, restituire l'acqua alla terra, far cadere la pioggia".


A chi non è come neve... 

Ps. Comunque sono ancora più contenta perché il cellulare l'ho riavuto come lo avevo lasciato :) 


mercoledì 4 marzo 2026

...meglio soli che lune storte...

E poi alla fine è tornato il sole. Torna sempre.
E come previsto Febbraio è passato come passa il dente di leone quando si alza il vento: in un soffio.

Il fine settimana che ho salutato è stato sfondo di un sole onnipresente, caldo e gradevole, e di un cielo azzurro altrettanto invitante.
Avevo iniziato ad accoglierlo rifugiandomi, come di consueto, tra i miei libri ma poi il richiamo ad un po’ di vitamina D è stato troppo forte (persino per me che i raggi solari li rifuggo peggio dei vampiri) ed ho ceduto, cauta come i gatti la prima volta che ti vedono.

Il primo passo è stato spostare l’angolo lettura sul balcone, con la mia sdraio scomodissima ed il rumore della strada in sottofondo.
Poi qualcosa ha attirato la mia attenzione e son scesa in giardino dove mamma stava estirpando le erbacce.

E qui teoricamente dovrebbe iniziare la parte che inizia in tutti i libri feel-good in cui la protagonista ritrova sé stessa facendo cose che non ha mai fatto possibilmente a contatto con la natura ed alla fine si innamora del tipo campagnolo burbero per il quale abbandonerà il proprio lavoro strapagato in città e con cui vivrà per sempre felice e contenta.
Noi però saltiamo buona parte di questi capitoli per ritrovarci direttamente nel paragrafo in cui, rigorosamente in jeans e sneakers bianche, unghie laccate di rosso sotto guanti decisamente non consoni, decido di voler strappare tutte le ortiche cresciute durante l’inverno nel terreno antistante casa e spostare pesantissimi pezzi di cianfrusaglie dimenticate qui e là.

È stata una sensazione particolarmente piacevole (ed il suono dell’erba quando la tiri via dalla terra è andato a finire di diritto nella mia lista di cose belle di quest’anno), nonostante la fatica ed il mal di schiena finale.
Mi son punta più del dovuto ed ho anche fatto qualche atterraggio non programmato sul fondoschiena sfruttando malino l’effetto leva di alcune operazioni di estirpazione, ma son stata comunque felice ed appagata.
Certo, gli incontri ravvicinati con vermiciattoli di varie dimensioni e forme non mi hanno entusiasmata troppo ma alla fine, riflettendoci, son sicura che anche loro ogni volta che mi han vista son rabbrividiti un po’: d’altronde, dipende tutto da chi è che sta raccontando la storia.

E si, lo so che sembra il continuo scontato del romanzo di cui sopra, ma il contatto con ciò che ti accade attorno ti rimette sul serio un po’ più in pace con ciò che hai dentro.
L’avere i gatti che intanto saltano a destra ed a manca finché poi decidono che è fin troppa fatica e si stendono al sole a sonnecchiare.
Godersi un po’ il non-silenzio e poi la musica a squarciagola di Tiziano (essere tornati single quasi in contemporanea è un balsamo sul cuore tutto mio, diciamolo).
Organizzare gli spazi, buttar via ciò che non serve e trovarsi all’improvviso tutto un po’ più leggero, più pulito.

Perché poi la vita si riduce sempre a questo continuo rincorrersi di fatti dai mille colori: un giorno piangi per il nome di una bambina ed un altro, invece, ridi per le bollicine ancora urenti lasciate dalle ortiche.

Ed allora buon pollice verde, a chi non è come neve... 

domenica 22 febbraio 2026

Non è silenzio

Piove. Non fa altro che piovere, in continuazione.
Piove sulle giornate pigre, sul tuo corpo che fa già l'amore con un'altra, sulle pagine dei cruciverba lasciati a metà.
Piove sulle note del pianoforte, sulle braci lasciate a spegnersi nel camino, sul parabrezza di questa macchina che va.
Pezzi di onde di mare che vengono giù dal cielo.

Ed il vento, poi c'è il vento. Nemmeno quello smette mai.
Sembra che debba sradicarti via dalle radici, come un albero che ha deciso all'improvviso che quello non è più il suo posto.
Soffia per farsi sentire, perché alla fine tutti vogliamo solo questo: farci sentire. Soffiamo per farci sentire.

E la grandine, anche la grandine. Pezzi di ghiaccio come pezzi di cuore sparsi ovunque, e devi fare attenzione a non scivolare quando ci passi su perché il cuore è la cosa meno affidabile che conosca, come lei, come la grandine.

Piove e tu fai l'amore con un'altra.
Soffia il vento e gli alberi cadono.
Grandina e scivoli sopra un cuore.

Eppure.

La curva perfetta, bella come sa esserlo solo quel sorriso.
I colori così nitidi da sembrare i pastelli di cui abbiamo finito per consumare tutte le punte.

E non ho mai visto arcobaleni più belli, perché piove.

A chi non è come neve...

domenica 8 febbraio 2026

E gli chiedo cosa lascerai, se vinci se...

Rimettere in ordine l'universo è un lavoro di dettaglio, di cesello.
È qualcosa da pennello dalla punta sottilissima, per definire senza margine di errore ogni singolo confine.
È anche un po' da circo di fama internazionale, perché bisogna saper essere dei bravi giocolieri a tenere in equilibrio una quantità variegata di cose che, tra di loro, in fondo, non c'entrano molto.
E poi serve anche qualche conoscenza di filosofo ingegnere -o ingegnere filosofo, va bene lo stesso- per capire in fase di progettazione che cos'è precisamente un universo in ordine.

Ognuno ne ha uno proprio a proprio modo.

Il mio ha a che fare con il ricevere ciò che si dà.

È il vergognarsi delle cose giuste.
Per esempio, di trattare male qualcuno pubblicamente o a quattrocchi.
Non di regalargli un fiore o una carezza o un San Valentino.
È anche il non sentirsi stupidi con il senno del poi.
Per quell'inizio di Novembre in cui speravi ci fosse una macchina ad aspettarti ed il cuore saltava sempre un battito raggiunto il parcheggio perché poi la macchina era altrove, non lì per te.
E questa sottilissima lezione in verità non l'ho capita da sola, me l'ha impartita una persona che ogni volta in cui mi scrive mi regala un sorriso e mi ricorda che le parole possono essere usate con cura e gentilezza.

È il ricevere una bellissima notizia da una tua amica, una di quelle che in un momento come quello attuale della mia vita (non) sentimentale dovrebbe buttarmi giù ed invece, proprio al contrario: mi fa sospirare di gioia ed esclamare ogni volta che ci penso che si, allora l'universo si sta rimettendo in ordine. 
Perché le persone buone devono ricevere cose buone e se succede allora si, l'universo si sta rimettendo in ordine.
Basta solo avere pazienza e fiducia.

Ed io ho scoperto di averne tanta di ciascuna, contro ogni pronostico.

Ché di sicuro, però, rimettere a posto l'universo non è rimettere a posto le persone; semmai scegliere che posto dar loro nel nostro.

Buona scelta, a chi non è come neve...

sabato 31 gennaio 2026

Fare le cose con danza

Gennaio è sempre un mese lunghissimo.
Come se gli altri 11 si concentrassero tutti nei primi 31 giorni per poi tornare diluiti subito dopo.
È stato un mese quindi un po’ pesante e per coerenza ho deciso di consacrarlo a Dostoevskij.

Io e lui ci siamo conosciuti relativamente tardi -epoca Covid- e non è stato proprio un colpo di fulmine.
Però sentivo che una lettrice accanita come me non poteva fermarsi senza provarci davvero e così ho deciso di rileggere quegli stessi testi che, qualche anno fa, ammetto di aver finito solo per dovere, non per piacere.
Ho iniziato con sobrietà da “Le notti bianche” che, purtroppo, devo confermare non mi è piaciuto nonostante alcuni passaggi bellissimi. Non poteva poi ovviamente mancare “Delitto e castigo” che non è stato poi pessimo come ricordavo (ma, diciamocelo, con qualche taglio qui e lì sarebbe stato meglio), né “l’Idiota”, il quale mi ha lasciata con l’amaro in bocca per il finale. Ho poi concluso con “Il giocatore”, libro di cui ignoravo l’esistenza e che però è stato ben più leggero dei suoi colleghi.
Avevo infine iniziato anche “Demoni” ma non ho retto: già le prime pagine me lo hanno reso detestabile. Proverò con meno fardelli di nuovo in futuro, insieme a “I fratelli Karamoz”, e poi direi che la mia coscienza da lettrice potrà dirsi finalmente ripulita.

Oltre a Fëdor, il principale compagno di giochi di questo inizio anno è stato senz’altro il maltempo.
Il lungomare della mia città è stato uno di quelli ridotti un po’ per le feste e, mentre scrivo, fuori il vento e la pioggia continuano ad imperversare.
Se non fosse che arrivo sempre in ufficio zuppa come un pulcino, sarebbe pure carino rimanere sotto il piumone ad ascoltare.
Il lavoro è una delle parentesi sempre belle e positive della mia vita, sotto tanti punti di vista.
Sia benedetto il giorno in cui ho conosciuto F. ed il mio cuore ha detto di sì, quando la mia testa aveva già programmato il no.
Sono davvero felice della crescita esponenziale che mi sento addosso e queste settimane sono state così produttive che hanno completamente cancellato i debiti di sonno e gli ultimi residui di rabbia mista al dolore.
Adesso però non c’è più spazio né per l’una, né per l’altro. Ho dato veramente troppa importanza a qualcosa che importante non è più.

Ho un mini-diario in cui mi sto impegnando a scrivere, giorno dopo giorno, tutto ciò che di bello mi accade. In realtà è una lista di poche parole per rigo, ma è davvero simpatico tornare a rileggerle se ho una serata particolarmente no e scoprire quante cose ci sono che val la pena di notare, mentre si vive.
Questa cosa di rimanere sempre e solo sulla superficie è uno dei peccati peggiori commessi nei confronti della nostra anima, per questo ho cominciato a praticare l’indulgenza nei confronti di chi non si redime da solo. Si bastano da soli, non serve metterci anche noi il carico.

Non so come mi sia venuto in mente di sperare anche solo per un secondo di essere diversa.
Se non avessi il carattere che ho, il corpo che ho, i difetti che ho, non sarei mai riuscita a meritarmi le persone che ho accanto.
Perché alla fine le fragilità non sono limiti, per niente. Sono solo filtri che ci rendono adatti non a tutti.

Che sia davvero benedetta la capacità di non adattarsi alla mancanza di empatia, di delicatezza.

Conta solo fino a tre.

A chi non è come neve…

sabato 17 gennaio 2026

Il caso in destino

A chi non ha svenduto il proprio corpo anche quando gli altri lo hanno svalutato, non sapendolo guardare davvero.
A chi si sveglia ancora nel cuore della notte con un po' di rimpianti e rimorsi, tranne quello di aver calpestato i propri valori.
A chi non cede alla rabbia, alla tristezza.
A chi si dedica alla gratitudine, alla crescita del sé.
A chi non ha fretta di guarire, ma di imparare dai propri errori si.
A chi sa rimanere solo senza sentirsi vuoto.
A chi resta gentile.
A chi si salva da solo.
A chi sa lasciare andare.
A chi sa tenere stretto.
A chi sa sentire la differenza.


Perché, alla fine, l'unica vera risposta che conta è quella a poche, importanti domande: sono orgoglioso di ciò che sono diventato? Ho percorso una strada pulita, per arrivarci? Oppure ho lasciato sul tragitto cuori calpestati, parole affilate, cattiverie gratuite? Sono in pace con me stesso, con ciò che ho costruito e con ciò che ho distrutto?
Perché a volte va bene anche distruggere, se prima siamo stati attenti a mettere al riparo chi ci ha sempre accompagnati. E va bene anche lasciare indietro chi non sentiamo più affine a noi, purché l'abbandono non sia umiliazione, colpevolizzazione, svalutazione.

Non ciò che ho ottenuto, ma come ci sono arrivato.

Perché crescere non sempre è aggiungere.
A volte ha molto più che a vedere con il togliere ciò che non siamo più disposti a diventare.

A chi non è come neve...

sabato 13 dicembre 2025

D'istanti

Avevo tanta paura del mio compleanno quest'anno. Lo ammetto candidamente come una bambina ammetterebbe la propria fifa all'idea di un mostro nascosto sotto al letto.
Avevo paura della tristezza, della solitudine, del rancore, del senso di fallimento in una giornata che solo qualche mese fa avrei giurato sarebbe stata in un certo modo e quel modo era quanto di più lontano, invece, dalla mia vita ora (Baku 2021).
Ho sofferto tanto la settimana prima. Lo ammetto candidamente come una bambina ammetterebbe il proprio cuore spezzato di fronte ad un palloncino colorato volato via per sbaglio.
Ho sofferto l'ingiustizia prima di tutto, la cattiveria: delle parole, delle umiliazioni, delle bugie. E poi l'ingiustizia del vedere auto-premiata quella stessa cattiveria.
Ho sofferto tanto da riuscire a fare il giro e tornare al punto di partenza, quello del non sentire. E l'ho fatto giusto in tempo perché il mio compleanno, alla fine, fosse un giorno di quiete.

Non che abbia festeggiato in realtà. A parte una colazione con le mie bellissime sorelline e la mia bellissima mamma, non ho avuto logisticamente tempo e modo di far altro, impegnata fino a sera a gareggiare contro dei semi-sconosciuti molto simpatici - ma questa è un'altra storia (è sempre un'altra storia). 
E però mi è piaciuto anche questo; lasciare semplicemente passare il tempo senza ascoltare le frecce al cuore del "è il tuo compleanno e c'è chi ha scelto di non trascorrerlo con te perché evidentemente c'era di meglio da fare altrove". 
Come guardare una barca spostarsi lentamente in un giorno di bonaccia, nel silenzio più assoluto, senza punti di riferimento all'orizzonte: così ho lasciato che arrivassero i miei 32 anni nuovi di zecca, con i raggi del sole incastrati tra i capelli e gli auguri di certi amici che mi si son stampati nel cuore. 
Avrei voluto far qualcosa di semplice il sabato successivo ma, si sa, la vita è ciò che ti succede quando fai dei piani e con un'alzata di spalle mi son detta "sarà per l'anno prossimo".

Così è passato Novembre, il mese dello Scorpione: il mio mese, del mio compleanno, del momento in cui ho toccato il fondo e poi ho cominciato a risalire per rinascere in un Dicembre già pieno di lucine colorate, cioccolate calde, muschio e letterine da spedire al signor Natale.
Il mio periodo dell'anno preferito, quello in cui ancora non hai finito di spuntare i buoni propositi dell'anno in corso che sei già catapultata su quelli nuovi. Ed in realtà, a proposito di questo, il 2025 è stato un anno devastante però è anche stato quello in cui ho cancellato tanti punti della mia to do list, soprattutto quelli realmente importanti per me stessa ed il mio bene. 

Adesso ho un leggero entusiasmo che mi pizzica la pelle al pensiero di poter ricominciare a stilare liste, anche se non ho messo nulla nero su bianco: un po' per scaramanzia, un po' perché così l'emozione cresce piano, piano.
Non so nemmeno bene cosa aspettarmi, a dire il vero, dai prossimi mesi, perché come si è visto il 2025 doveva essere già il momento dei grandi sogni da costruire, invece mi son rimaste solo macerie in mano. Macerie affilate e pesantissime ma anche piene di messaggi di sottofondo: non esiste amore che faccia rima con umiliazione e ferite; non esiste alibi per certe parole, per certi discorsi; non esiste il "ti amo e ti tratto bene a condizione però che tu...".
Ciò che siamo non dipende da quel che sono gli altri: ciò che facciamo deve raccontare di noi, dei nostri valori, del nostro cuore. Le parole e le cattiverie che pronunciamo sugli altri possono dire forse qualcosa su questi ultimi, ma di sicuro dicono tutto su di noi. 

Però non importa, non più. Ho lasciato andare tutta la rabbia, l'ho vista sciogliersi come burro al sole e scivolar via da me verso chissà dove. Non credevo fosse possibile, perché son sempre stata incoronata la regina del rancore. Invece ho capito anche questo. Che il rancore è, per definizione, qualcosa che ti marcisce dentro ed io dentro non ho nulla di marcio; ho solo una vocina sana e gentile che mi dice "non far finta che certi comportamenti non siano gravi, non tenerti accanto chi non ha saputo starti vicino quando ne avevi bisogno. Comprendi le giustificazioni sbagliate ma non farle tue".

Ho lasciato andare ed ora ho il cuore più leggero. Ancora spezzato, quello si, ma ripulito. 
E forse nemmeno il 2026 andrà come lo disegnerei io, però fa niente, sono pronta. Adesso posso dirlo, sono veramente pronta, in pace con tutti i miei limiti ma ben consapevole del mio valore. 

Buon Dicembre, 

A chi non è come neve... 


domenica 26 ottobre 2025

L'odore stesso che aveva un giorno il vento

C'è sempre una parte bellissima nei momenti più dolorosi della nostra vita.
Quando abbiamo macerie tutte intorno e la prima maceria in realtà siamo noi e le nostre mani martoriate da tagli e graffi ed unghie rotte.
Quando le labbra sono rosso sangue a furia di morderle per trattenere le lacrime ed i capelli sono tutti scompigliati ed abbiamo la sensazione di volar via con la loro stessa leggerezza.
Quando la notte non riusciamo a dormire perché c'è un grumo compatto che fa su e giù tra gola e stomaco, tra cuore e cervello, e ci sembra non passi mai mentre passano le stelle e le nuvole e le piogge ed il vento.
C'è sempre una parte bellissima nascosta tra i singhiozzi, l'amaro in bocca ed il fango appiccicato addosso ed è la mia parte preferita, quella che mi riesce meglio: cercare in ogni caso la bellezza. Cercarla e saperla cogliere lì dove molti altri la ignorano.

Come una notte in cui proprio il magone non riesce a passare, quando non te lo sai spiegare come sia potuto succedere, come hai fatto a non rendertene conto prima ed ora è troppo tardi perché di quell'amore non son che rimaste delle povere briciole e tu provi a raccoglierle, a raccoglierti, e boom, ti arriva proprio lì il Cyrano de Bergerac ed il tuo cuore ti scoppia di gioia per tanta bellezza.
E non è solo la meraviglia dell'opera in sé, che pure è bellissima, quanto avere la capacità di commuoversi, di avere quel cuore lì, quando arriva la parte finale e le rime ti si impigliano dentro la testa al pensiero di Rossana che finalmente si rende conto della verità ma Cyrano ha la nobiltà di sottolineare che il sangue, quel sangue sulla lettera, è pur sempre di Cristiano.

Come quando sei proprio un vaso pieno di crepe e senti che se ne sta per aggiungere addosso un'altra e poi però boom, ti arriva una canzone, anzi, un disco intero, quello di una voce che ti accompagna da una vita, e tu lo trovi spettacolare e scritto per te e ringrazi tutto l'Universo conosciuto e sconosciuto di avere quell'anima lì, quella che ancora si riesce a ritrovare dentro un testo che parla di sofferenza e poi però anche di rinascita e dignità.

Come quando le giornate sembrano un po' tutte uguali perché hai perso certi appigli, certe familiarità, e poi però boom, scovi il libro di un autore che non avevi mai letto prima e ti ci tuffi e ti si alleggerisce quella parte di mondo che avevi l'impressione di dover portare tutta sulle spalle perché riesci ancora a trovare la voglia di appuntarti certe frasi e di rileggertele da sola, per il semplice gusto di ricordarti che c'è chi ancora sa usare le parole per stupire e non per umiliare.

Come quando la collera proprio sa di bile amara perché lo vedi che chi distrugge poi è così bravo a premiarsi per ciò che ha fatto e chi capisce, invece, resta solo a raccogliere i cocci. E sei lì, lì per mollare ma poi non ce la fai proprio; per te il mondo è dei buoni, non ti sai arrendere alle ingiustizie, alla disillusione e quindi boom, riesci a sorridere, ma sorridere di cuore, a tutto ciò che è dettaglio, ma dettaglio spettacolare.

E ve lo giuro, in questo momento l'organo che da sempre è il protagonista di ogni poesia che si rispetti e che mi sta dentro al petto, è ridotto in brandelli piccolissimi ed ogni tanto mi salta un battito o me ne regala uno in più non richiesto, ma con altrettanta foga io vi giuro che nonostante questo, e forse, anzi, proprio in virtù di questo, più che mai lo sento anche scoppiare di felicità per ogni piccola sfumatura di vita.

Per il passante che mi sorride quando lo lascio passare per primo.
Per il passante che mi lascia passare per prima.
Per il gatto che mi si accosta alla pancia quando lo sente che sto singhiozzando.
Per le mie nipotine che sorridono un dente si ed uno no.
Per i miei colleghi che mi fanno ridere in ufficio.
Per i clienti che mi scrivono per ringraziarmi.
Per il Lasagnedì.
Per Verstappen che vince.
Per l'inglese, il tedesco e l'olandese.
Per la cioccolata calda.
Per la pioggia quando sono dentro casa.
Per la letteratura francese.
Per mamma e papà.
Per le mie sorelle.
Per Mary e Flo.
Per la lista sulla mia agendina.
Per le mie agendine.
Per la forma del mio viso.
Per il mio corpo che ogni tanto mi fa sentire tradita.
Per i messaggi su WhatsApp dei miei amici.
Per la musica.
Per i biglietti che ho comprato.
Per i cereali al cioccolato.
Per il vinile di Tiziano
Per l'amore che mi meriterò.
Per la mia lista che potrebbe non finire mai.

Per il mio dolore che un giorno sarà lezione.


Cyrano: (...)Fantasticare, a caccia non di gloria o di fortuna,
su un certo viaggio a cui si pensa, sulla luna.
Se poi viene il trionfo, ebbene fatti suoi,
ma mai, mai diventare un "come tu mi vuoi".
E se pur quercia o tiglio davvero non si è,
se vuoi proprio non alto, ma farcela da sé.
Le Bret: Di orgoglio e di ironia tu te ne fai un proclama,
ma almeno sottovoce dimmelo che non t'ama.

A chi non è come neve...

martedì 14 ottobre 2025

È un cuore salvo

Avete presente le valanghe, vero?
Che partono da un niente, un granello, e poi però d'improvviso quel granello è già diventato una montagna pronta a travolgerti a sorpresa?

La mia valanga sono i ricordi ed il granello che ha fatto partire tutto è un biglietto.

Io ce l'ho questa mania di fissarmi sulle cose; di avere un flash riguardante un oggetto qualsiasi e poi di avere la necessità impellente di andare a cercarlo per assicurarmi che sia esattamente lì dove dovrebbe.
Il mio granello.
È così che è partita la valanga di ricordi.
In mezzo a tutte le mie agendine, i post it, i quaderni, a colpirmi non è leggere pagine introspettive, racconti di giornate, recrudescenze di grandi amori vissuti e poi perduti. No.

Sono bigliettini insignificanti che ho conservato chissà perché, con la mia grafia rigorosamente a penna nera, soprattutto degli anni all'università.
Liste della spesa, check-list delle cose da portar con me prima di ripartire in pullman, orari delle navette, monitoraggi del mio budget, liste di regali, liste di persone da invitare, calcoli della media dei voti, scontrini scoloriti...
Dettagli minuscoli di una giornata qualsiasi, di un anno qualsiasi, scritti ad un'ora qualsiasi e poi mescolati tra di loro alla rinfusa come le gocce di cioccolato dentro l'impasto dei biscotti.

E non so perché, non so cos'è che mi colpisce tanto, ma ad un certo punto tra tutto quel nulla mi si riempie il cuore; mi si riempire il cuore d'amore per quella ragazzina che faceva quella "p" corsiva tutta particolare e che a vent'anni sentiva già l'affanno di dover essere donna, di dover avere già tutto chiaro, senza paure, senza tentennamenti.

Ed adesso che di anni ne son passati più di dieci mi rendo conto che solo ora me ne rendo conto: che era da folli sentirsi in quel modo a quell'età, avere così tanta paura di aver paura in un momento in cui dovevi avere paura. Era tuo diritto.
Era tuo diritto e dovere sentirti spaesata, sentirti piccola ed avere mille domande senza risposta. Era tuo diritto sbagliare strada, arrivare in ritardo (sull'orologio di chi, poi?), arrossire a sorpresa, avere bisogno di mamma.

È possibile che sia dovuta arrivare a quasi trentadue anni per capirlo? Che abbia dovuto mostrarmelo un foglietto strappato da chissà quale quaderno con scritta semplicemente una lista di orari "da casa - da università"?

Le mie epifanie son sempre così: un fuoco d'artificio che ti prende di sorpresa anche se sei alla vigilia di capodanno ed è mezzanotte spaccata.

Un po' come quella frase di mamma ormai un mese e mezzo fa, buttata lì con semplicità mentre mi aiutava a raccogliere un pezzo del mio cuore frantumato a terra; non c'entrava nulla con quello che mi ha scatenato poi, ma mi ha aperto comunque gli occhi su uno scenario semplicissimo e che però non riuscivo a vedere.

Ché la vita va guardata sempre così, all'indietro ma puntando sempre avanti.
Con le gambe che tremano di chi ha di fronte l'oceano e poi però chiude gli occhi, prende un bel respiro e si tuffa con il cuore a mille ed il sorriso baciato dal sole.

Buon tuffo, a chi non è come neve...

sabato 27 settembre 2025

Baku 2021

Siamo nel 2021. Ed io sono Lewis Hamilton.
Ora concentratevi. Io sono decisamente Max Verstappen ma ora serve tornare al 2021 ed anche se io continuo ad essere Max, sono comunque Lewis.
Ci stiamo giocando il mondiale più agguerrito praticamente degli ultimi anni e, con il senno di poi, uno dei più controversi -ma non è vero, per me non è vero, perché sono Max, ma non perdete il filo perché siamo nel 2021 ed io comunque devo essere Lewis.

Siamo a Baku. 
Il mondiale si sta correndo un punto alla volta, letteralmente -ce ne sono 4 di differenza a favore di Max, un nulla in una gara di F1-, e non ci si può permettere nemmeno una sbavatura. 
La pista è bella, bellissima, non ditemi di no, a me fa impazzire.
Io -che sono Lewis, 2021- parto secondo, però davanti a Max, ed anche se averlo con il fiato sul collo fa paura, un minino di vantaggio ce l'ho e me lo tengo stretto al cuore.
Finché i semafori verdi danno il via ed anche se sono veloce, tanto veloce, lui è veloce, tanto veloce e riesce a recuperare la mia posizione già solo con il pit-stop.
Così corro, in una gara in cui il finale ormai è già scritto perché Max vola ed anche se metto le ali non c'è modo di andare a prenderlo, io corro.
E poi succede, a quattro giri dalla bandiera a scacchi succede, che io sono Lewis nel 2021 e quei punti mi servono e Max è davanti a me e non riesco a superarlo ma lui ha un problema, a quattro giri dai suoi 25 punti, lui ha un imprevisto alla ruota e sbanda e va contro il muretto ed ora i suoi 25 punti diventano 0 ed io sono Lewis, guido una Mercedes, sto per tornare leader del mondiale, di un mondiale che stiamo correndo un punto alla volta, un mondiale che è così serrato che si sta correndo non solo con le monoposto ma anche con la matematica -soprattutto, con la matematica.

Tre giri, i miei ultimi tre giri, sono davanti, sono Lewis Hamilton e siamo nel 2021 e Max è fuori e non importa delle altre monoposto, non importa degli altri piloti, lui è fuori ed io sono sulla griglia di partenza, sono sulla prima riga e sto per partire, sto per partire per questo mondiale che mi serve vincere con il piede e con la matematica.
E poi succede, a tre giri dal finale, succede, io sono lì davanti, lui non c'è, parto, parto e sbaglio, alla prima curva, io sbaglio e prendo tutt'altra direzione, vado dritto, lungo, invece di curvare, ed avevo 18 punti, quasi certamente 25, ed alla fine 0, sono Lewis Hamilton -ed anche se sono Max, nel 2021 sono Lewis- e sono andato fuori pista nell'unica gara in cui dovevo rimanere dentro.

Ed adesso concentratevi, perché ora si capisce perché sono Hamilton e Max insieme e perché lo sono esattamente nel 2021.
Perché la mia vita è quel mondiale e questo momento della mia vita è quella gara.
Quella in cui doveva succedere, doveva succedere di dare una svolta, di prendere quei punti, e tutto l'universo si era concentrato perché ciò avvenisse -Max a quattro giri ha un incidente, un incidente dovuto ad una ruota, non ad un errore suo- e la mia vita invece fa come quella Mercedes su quella pista, va dritta, nel momento in cui sta per attaccare il podio, a tre giri, va dritta e chiude a zero.

È esattamente così che ha fatto la mia vita, esattamente in quella curva, è andata dove non doveva andare invece di mantenere la traiettoria giusta. È esattamente così che la immagino da settimane ormai, non mi è venuta una scena migliore di questa per descriverla ed alla fine l'ho descritta.
E non so quantificare frustrazione, la tristezza e la nostalgia che ho provato uscita da quella monoposto; la nostalgia per tutte le cose non accadute, la rabbia per il tradimento di quella curva; la frustrazione di vedere lì il traguardo e mancarlo per un soffio -tre giri.
Ho covato dentro questi sentimenti grigi per giorni: è passato tutto dalla testa, al cuore, allo stomaco, alla pelle, finché una mattina -non so quale, forse quella di oggi, forse quella di ieri-, mi sono svegliata e mi sono data della stupida.

Perché ve l'ho detto dall'inizio ed io invece l'ho ricordato alla fine, che io sono Lewis a Baku 2021 ma la realtà è che sono sempre stata Max e Max quel mondiale lo ha vinto.
Lo ha vinto alla fine, non solo all'ultima gara: all'ultimo giro dell'ultima gara.
Dell'ultima gara in cui i punti di differenza erano zero, con l'ultima possibilità di quadrare la matematica con i piedi giù fino all'asfalto. E tutto aveva detto bene a Lewis -che stavolta non sono più io, perché non lo sono mai stata, sono sempre stata Max- finché succede com'è successo a Baku che un altro pilota cambia la traiettoria del destino, del mio, del suo e degli altri, ed i ruoli si invertono e Lewis è secondo e Max vince ed io sono Max, lo sono sempre stata e la mia vita, anche se mi è sembrata essere lì, in quella prima curva di Baku, si riallineerà e tornerà a vincere il mondiale che le spetta.

Anche se farà male ancora per un po', anche se a volte mi sentirò tradita dalla matematica, dalla mia monoposto, dalle curve, dagli altri piloti, dal destino, dal mio piede, il mio mondiale lo vincerò, fosse anche all'ultimo giro dell'ultima gara, ne sono certa, e non importa quanto controverso sarà, non importa quante critiche riceverà, sarà quello da pelle d'oca, quello da rivedere in loop, lì, su quel circuito, con gli ingegneri di pista che urlano di felicità, i fuochi d'artificio colorati e l'abbraccio tra Max Verstappen e chi ha sempre creduto in lui -in me.

Buona gara, a chi non è come neve...

mercoledì 3 settembre 2025

Biancaneve

Oggi m’è venuta voglia di venirmi a prendere.

Ho alzato gli occhi dal pc dopo una sessione ininterrotta di lavoro intenso ed appagante: la soddisfazione vale doppio quando completi prima del previsto ciò che non volevi nemmeno iniziare.

Ho aspettato un attimo seduta da sola ed in silenzio che l’idea mi fermentasse bene in testa; che passasse per una serie di pensieri fatti di zucchero filato, ombre, bolle di sapone ed urla per poi assestarsi come la terra quando la smuovi o la panna quando la monti, ed alla fine m’è venuto proprio bene il concetto che stavo cercando.

Oggi m’è venuta voglia di venirmi a prendere.

In un periodo in cui mi sembra di non aver strade su cui poter camminare scalza, dopo notti di sveglie ricorrenti cercando parole che non arrivano, oggi m’è venuta una grandissima voglia di venirmi a prendere.
E di portarmi proprio lì dove vorrei essere.
Che non si può vivere aspettando sempre passaggi e soprattutto con la paura di mettersi alla guida.
E che cadere fa più male nella propria testa che non toccando davvero il suolo con le ginocchia nude.
A che serve una pelle liscia come quelle da copertina, se qui e là non hai qualche cicatrice da raccontare ad un paio di occhi curiosi?

E quante volte mi sono lasciata aspettare, prima di capire che non è vero per nulla che nessuno si salva da solo.
I cuori buoni ce la fanno, sempre. Anche senza defibrillatori.
I cuori buoni non hanno nulla da temere, nemmeno le bufere di chi non sa attraversarli in punta di piedi.

In un mondo che vive di estremi, dove sei interessante solo se hai le unghie affilate ed il tuo argomento preferito è sempre e solo il sesso, la trasgressione, io porto avanti la battaglia di chi ancora arrossisce per nulla ed i segreti li sussurra appena a sé stesso in un filo di voce.

Perché ho passato un po’ troppo tempo di fronte a degli specchi incapaci di guardarmi e di dirmi “vai benissimo così come sei, come vanno benissimo così tutti quelli che sono come te e tutti quelli che non sono come te” ed ho dato loro troppe volte il potere di mandarmi in frantumi.

Oggi no, anche se è ancora presto perché il lago di tristezza si asciughi completamente, oggi punto tutto sul mio, di specchio. Sul mio, di cuore buono.

Oggi non ci sono per nessuno, sono fuori. Sono già passata a prendermi.

A chi non è come neve…

giovedì 31 luglio 2025

Il cerchio delle cose non accadute

La voglia di tornare a scrivere è un po' come la rabbia, un po' come l'amore, un po' come la tristezza.
Una punta di inchiostro in un bicchiere di acqua limpida, che si allarga implacabile coi suoi rami come tentacoli.

Durante le pause richieste all'Universo si impara sempre un po' di qualcosa. 
Si impara che la paura può filar via così com'è arrivata; senza che nessuno l'abbia mai chiamata e senza che nessuno la cacci via.

Si impara che non tutti sanno convivere con la felicità, che son plasmati di un inespugnabile egoismo e che questa corazza non si scalfirà mai. Ché per loro e con loro, la serenità è un'eccezione, non la regola. 
Si impara a tornare alle origini, tra le braccia che ci son sempre state, e si impara il coraggio di condividere con loro i propri fardelli, a stringere i denti, perché una cura c'è sempre, anche quando fa più male di quel che c'è da curare.

Si convive coi morsi dei rimpianti, stretti come quelli della fame. 
Quelli dei "se" e dei "ma", del tempo perduto, di quello delle cose che volevamo ed ora non conosciamo più.
Un pianoforte che cade all'improvviso dal terzo piano.
Ché un conto è togliersi un sassolino dalla scarpa ma ben più complicato è toglierselo dal cuore. 
Fanghiglia che si rasforma in sabbie mobili.


Però non c'è niente da fare; ci hanno programmati per sopravvivere.
Agli schianti, alla forza di gravità, alle ginocchia sbucciate ed al marasma nel cuore dello stomaco.
Un pezzo alla volta:

leggere seminuda;
le fusa del gatto;
 il profumo di cocco;
la curva dei fianchi;
il fresco estivo;
il riflesso del biondo dell'infanzia;
 il suono di certe parole in bocca.

Quasi sempre si impara, comunque, che alla fine non si è imparato proprio niente.

(Mi sei mancata). 

(Sempre).

A chi non è come neve..

lunedì 27 gennaio 2025

(Di chi va per tornare)

Non un post per raccontare.

Parole in punta di piedi, come il mio andare in questa vita in questi mesi.
Non tragitti da ripercorrere, visi da ritrovare, occhi da scordare.
Solo un piumone di stelle dentro cui accoccolarsi; una carezza sulla guancia, il profumo del cioccolato che si scioglie piano a fuoco basso, lento.

Un andare lento, inesorabile ma lento, sulle punte dei piedi che fanno sempre più male. Male per i sogni che son rimasti indietro, per quelli che non si avvereranno mai, per quelli che tanto hai amato e custodito come si fa con i vecchi peluche dell'infanzia.

E tu comunque resti, inevitabilmente, un dio. Il tuo dio, lo stesso dio.
Un dio delle piccole cose.
Dei tuoi colori sempre uguali; sfumature tenui per chi vive immerso nei colori dalle tonalità pastello (ti guardo ed hai una pelle così chiara, i capelli così chiari e poi all'improvviso gli occhi così scuri! Magari li avessi avuti verdi o azzurri. Invece sei così bella così sei, così bella) ed ogni tanto ne esce comunque imbrattato di nero.
Del far così tanto per lasciarla così com'è, così com'è lei che poi sono io, perché puoi perdonare il tradimento di tutti, amici, fratelli, amanti, ma quello a te stessa mai, quello non si perdona, non si perdona mai.
Non lo perdonare mai.

Perché quando tutto se ne va, quando tutto sfuma, quando il sonno diventa oblío, tu continui a restare, devi restare, e restare comporta perdonare e perdonare significa sapersi ancora guardare allo specchio, riconoscersi allo specchio, volersi bene allo specchio.

Ed io, che sono il mio dio, non mi tradisco e mi perdono per le volte in cui ho pensato di tradirmi, perché di quello specchio non voglio aver paura, perché di me voglio continuare a rimanere innamorata, del bianco e del nero ma anche del blu, del grigio, del rosso, del verde...

A chi non è come neve...

venerdì 11 ottobre 2024

Al buio come il Braille

Al mattino presto, tanto presto, il tempo è una lingua che si allunga, si arrotola e si srotola dilatandosi con una discontinuità che è solo apparente. Un serpente dalle spire viscide eppure irresistibili.
Ma al mattino presto le attese si confondono lo stesso con le attese di sempre.
Le riconosci subito, le persone che aspettano.
Un pullman, con le braccia incrociate e gli zaini poggiati agli stinchi.
Un piatto al ristorante, con il tovagliolo leggermente spostato a far spazio e le braccia poggiate ad angolo.
Un amico, con il telefono in mano e le risate in viso.
Un amore, con lo sguardo serio all'orizzonte ed un lampo negli occhi che dura il tempo di dirsi "eccoti".
Un esame all'università, con il nodo in gola e lo stomaco che si rimescola come l'acqua immobile quando ci immergi un pennello zeppo di colore da ripulire.

Ultimamente il mio gioco preferito è diventato provare a riconoscere le nuvole. Affacciata alla finestra del mio ufficio, in una delle micropause del pomeriggio, recrudescenze delle lezioni a scuola fanno riemergere nomi su nomi ma quello che per primo fa capolino è quello che, paradossalmente, da piccola, sembrava il più difficile da memorizzare.
È un gioco che sembra facile (guarda la foto ed associala a ciò che c'è in cielo; il più elementare dei rompicapi) ma nasconde insidie inaspettate.
Più cerchi dei dettagli che le renda riconoscibili, più si somigliano un po' tutte.

Va sempre un po' così: è nelle piccole cose che ci si perde.

Eppure, continuare a cercarle ed a provare, esorcizza la paura di quel serpente sibillante.
La esorcizza anche poter almeno guardare l'alba sul mare dal finestrino dell'auto.
E la esorcizza essere tornata a scrivere ed avere una spalla su cui nascondere le guance rigate di acqua e sale.

È stata una settimana durissima per mille motivi e faticosi saranno i giorni che stanno per iniziare, ma lo sconforto ha ceduto il passo al ricordo della notte che mi cullerà.
Profumo di lenzuola pulite, cuscini morbidi, un petto al quale accucciarsi ed un braccio stretto attorno alla vita.
Perché, certe attese, in due, sanno di speranza e fiducia.

Tutto il resto, stelle cadenti.

A chi non è come neve...